L’insostenibile leggerezza della memoria

Senza memoria si perde la direzione, con troppa memoria forse neanche si cerca una direzione. Io ho sempre indugiato nel conforto dei ricordi e di alcuni episodi, tanto da sentirmi chiedere perché a volte mi ostini a rievocare certi eventi piuttosto che sforzarmi di vivere il presente. Che poi, il più delle volte mi soffermo sul ricordo di sfumature o particolari ai più insignificanti. Che per me diventano la chiave di volta per fare miei quei momenti.

“Quello è il pratone del nostro incontro che doveva essere il nostro addio, e poi…ti ricordi?” 

E’ interessante questo legame con il dettaglio, se penso a come mi sono approcciato alla fotografia ammetto che ho sempre indugiato nella minuzia, privilegiandola al “generale”. Solo recentemente ho consolidato una visione d’insieme o grandangolare, chissà se è un segno di maturità o meno. Ma questa è una parentesi da chiudere in un altro momento, ora è il momento di qualche riflessione sul legame tra memoria e fotografia. Legame che arricchisce, legame che impoverisce. Quante volte fotografiamo per rendere eterno un ricordo, quante volte invece deleghiamo al mezzo meccanico l’onere di tenere traccia di momenti che sappiamo saranno cancellati dal nostro supporto di archiviazione biologica? Proprio scrivendo queste righe mi è passata davanti gli occhi della memoria la pubblicità della marca di pellicole che per molti è stato il sinonimo della fotografia: sullo schermo scorrevano fermi immagine di una famiglia gioviale al mare. Una giovane coppia dai tratti perfetti e uno o più figli (non ricordo bene) che giocavano e vivevano momenti irripetibili. Ma non tutti i fermi immagine erano definiti, alcuni di questi erano vuoti. Come a dire che senza fotografia niente ricordo, la prossima volta quindi pensaci bene a portare un rullino in più. Messaggio potentissimo, colpì anche me che al’epoca guardavo le macchine fotografiche come oggetti voyeuristici.

Eppure non serve sempre un supporto esterno, per millenni è bastata quella stanza evanescente del cervello dove finiscono tutti quei momenti meritevoli di una seconda, e una terza, e una millesima volta. Qualcuno lo ha detto meglio di me, ed è questa semplice frase che ha dato il via a tutto:

 

“La memoria non fa un film, la memoria fotografa.” – Milan Kundera, L’immortalità (1990)

 

Ma è davvero così? Eppure io mi ricordo benissimo il film del primo giorno di scuola, il susseguirsi degli attimi con mio padre accanto e poi i miei primi passi solitari alla ricerca della maestra che chiamava il mio nome. Eppure posso quasi riavvolgere i film del mio viaggio in treno tra Spagna e Portogallo sulle tracce di avventure per ventenni in Interrail. Però, se guardo bene, sono quasi tutti fermi immagine messi insieme in uno psichedelico stop motion. Se provo ad ingrandire, sono tutte piccole fotografie in cui il tempo si è dilatato fino a fermarsi, e in questo mosaico emergono prepotentemente solo pochi frame. Il primo giorno di scuola per me è la visione della marea (così sembrava dalla mia prospettiva) di genitori e bambini e lì, in un angolo della breve scalinata che porta all’ingresso dell’edificio, due maestre immobili, una di queste con il megafono alla bocca. Il viaggio in Interrail si riassume in quel vagone buio, in tre stesi per terra e sui sedili di uno scompartimento, all’improvviso uno apre gli occhi e sveglia gli altri per dire che la visione è stupenda: un cielo così pulito e luccicante di stelle in mezzo al buio completo non l’ho più visto.

 

Sì, Kundera aveva ragione. Alla fine rimangono fotografie, ma non sono le normali immagini fisiche o digitali a cui siamo abituati. Sono entità più subdole, perché come noi evolviamo anche loro cambiano forma. A volte assumono colori e sfumature particolari, come se fosse comparso un filtro vintage. A volte si deformano o addirittura perdono dettagli, in base a quello che consideriamo abbia il diritto di lasciare traccia. Possono essere truffaldine, o forse eseguono lo sporco lavoro di chi vuole inconsciamente mutarle. A ben vedere dobbiamo essere molto oculati nell’associare la memoria alla fotografia, perché la fotografia è impietosa, non cambia forma secondo i nostri comodi. Semmai siamo noi a relazionarci in modo diverso ad uno scatto, associando letture o empatie diverse. Ma non possiamo cambiarla, una fotografia rimane lì indipendentemente dalla nostra volontà. Chiamiamola chimera dell’oggettività o semplicemente traccia di quello che è stato, alla fine fare e rivedere fotografie reali è un bell’esercizio di presa di coscienza, con noi e con tutto quello che ci (ha) circonda(to). Imprimerle e ricrearle nella propria mente rischia di essere un esercizio solipsistico.

 

(E le memorie sinestetiche?)

 

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One comment

  1. C’è addirittura chi ha parlato di fotografia come “antimemoria” proprio per quella sua incapacità da te ben sottoliniata di trasformarsi nel tempo, se non come patina del tempo, aurea (la vicinanza di qualcosa di lontano e unico). Quello che cambia nel tempo è infatti come tu stesso hai giustamente indicato il nostro rapporto con le cose e anche con le immagini. La fotografia allora forse non è memoria ma casomai un suo detonatore parzialmente stabile in quanto fragile (sia essa di pixel oppure di carta). Grazie per il bello spunto!

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