Copyright Daniele Ferrini

Ritorno ad Alcatraz

Un post notturno: per menti, pensieri e ambientazioni delle ore piccole.

Tutto nasce dalla puntata “Photo prison blues” di Martedì scorso, incentrata sulle possibili letture e interpretazioni fotografiche della vita in carcere. La motivazione di base nella scelta degli argomenti delle trasmissioni, a prima vista corposi e complessi, è la stessa che avvicina i più alla fotografia: la volontà di conoscere il mondo e averne esperienza con diversi punti di vista. Il sistema carcerario, volenti e nolenti, ha tutto il diritto di essere testimoniato e visualizzato in quanto parte effettiva del vivere in una società con le sue regole. E in quanto tale è giusto indagare tutto ciò che accade dietro le sbarre e capire quale umanità viene accolta, o relegata. Nonostante l’argomento si prestasse a considerazioni semplicistiche e banalizzanti, è venuto fuori un ritratto molto interessante e dalle varie sfumature (qui  tutti i dettagli), tanto da stimolare al mio ritorno a casa questi pensieri altamente sinestetici, tra immagini, parole e frequenze modulate.

 

Il carcere come rappresentazione delle nostre esistenze è uno stereotipo fin troppo facile. La metafora di vita lavorativa, sociale o sentimentale che diventa prigione è un cliché da chiacchierata da bar. Eppure c’è chi è riuscito a dare forma e sostanza al binomio carcere/esistenza con un esperimento radiofonico unico. Parlo di “Alcatraz – un DJ nel braccio della morte” andato in onda su Radio2 tra il 1999 e il 2002 e poi tornato a grande voce in etere tra il 2010 e il 2012. Il DJ in attesa della pena capitale in un carcere qualunque degli Stati Uniti è Jack Folla. Non importa sapere se Jack sia stato un personaggio reale o immaginario creato dall’autore Diego Cugia, certo il nome faceva intendere che dietro a questa persona ci fosse molto più di una identità, piuttosto una idea di condizione umana. Jack Folla,  matricola numero 3957, ha trasmesso parole e musiche via radio per condividere i suoi pensieri e le sue sensazioni con una prospettiva unica: quella di chi sa di esser al termine della propria esistenza e può permettersi una visione cinica e cruda della realtà, di chi può guardare in faccia la verità e gettarla in pasto ai suoi ascoltatori. La finestra di trasmissione di Alcatraz era breve, una decina di minuti in prossimità della mezzanotte. Ma era una pugnalata allo stomaco, una frustata alle coscienze. La voce calda, rotonda, sensuale ma a volte aspra era quella di chi voleva mettere a nudo la propria anima cercando un riflesso negli ascoltatori. Ho conosciuto Alcatraz per caso, in un ritorno a casa dopo una di quelle serate infrasettimanali da un drink e via, ché il giorno dopo di lavorava. Si trattava di un momento in cui le mie reazioni sensoriali ed emotive erano più acute del solito e sentire una voce amica e sincera nella notte mi rapì da subito.

Ho sempre amato la programmazione notturna della radio. Anzi, per me la radio coincide con la notte: il buio assieme all’assenza di rumori interiori ed esteriori ormai sopiti, crea l’atmosfera giusta per aprire gli animi ad una voce lontana e sconosciuta. Gli orari notturni ricreano la condizione perfetta per rendere unico il legame speaker-ascoltatore, abbattendo le barriere della solitudine e creando legami molto intimi. Alcatraz è stata la massima espressione di questa danza a distanza, danza ipnotica e ammaliante sull’orma delle canzoni della vita di Jack, che ogni sera ispirava le sue sorelline e i sui fratellini a cercare di superare le difficoltà come albratro, simbolo della lotta contro (o a favore) del destino.

 

E qui arriviamo alla fotografia e al delicato rapporto con i nostri meccanismi consci e inconsci che legano le nostre strutture mentali e visive. Chissà se nel mio inconscio si agitava qualcosa durante la mia visita alla vera Alcatraz, la fortezza davanti la baia di San Francisco. Forse per qualche secondo la mia mente avrà pensato più o meno volontariamente a Jack Folla, immaginandolo rinchiuso in una delle tante celle 2 per 3 con il suo microfono e il suo mixer. Magari l’origine del nome dell’isola, proveniente dallo spagnolo alcatraces per via delle numerose sule (o forse pellicani)  che popolavano l’isola, avrà fatto presa nella mia immaginazione. In ogni caso uno degli scatti realizzati ad Alcatraz è proprio l’immagine che vedete in questa pagina: una visione straniante della città di San Francisco attraverso un vetro sporco, con un profilo sfidante ed evocativo di un uccello: un gabbiano, un pellicano…o magari un albatro?

Tornando a casa a fine puntata, nel turbinare dei pensieri legati agli argomenti trattati, è balzata ai miei occhi mnemonici proprio questa immagine. E mi sono fatto molte domande. Quando ho creato questa immagine avevo proprio in mente Jack Folla, incarnando nel profilo di quell’uccello libero la sua figura evanescente? In quel clic c’era già un germe di idea su una puntata radiofonica che legasse fotografia e condizione carceraria? Possibile che in una frazione di secondo avevo fatto un impasto di diversi ingredienti passati, presenti e futuri, concretizzati in quelle forme e in quella luce? La fotografia visualizza solo cosa “è stato” o cristallizza tracce di cosa potenzialmente è o sarà?

La risposta non la conosco, ma io ci vedo un filo rosso sinesteticamente fotografico che lega il vissuto e il vivente.

 

Chiuderei con questa citazione di Jack Folla:

“Un uomo solo che guarda un muro è un uomo solo. Ma due uomini che guardano lo stesso muro è il principio di un’evasione.”

Che in questo caso rielaboro così:

“Un uomo solo che fotografa la realtà è un uomo solo. Ma più uomini (passati, presenti e futuri) che fotografano la realtà è il principio di una narrazione”

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