La luce in una stanza

In questi giorni ho seguito un evento importante per una persona che non ho mai incontrato, ma che sento spesso vicina per quello che scrive e per quelle volte che i nostri binari fotografici si sono incrociati. Enrico Prada, con la sua Valigia, ha affrontato la discontinuità di un trasloco e ha condiviso la sua esperienza che lo ha portato da una casa ricca di aloni, ad una nuova realtà da esplorare e da assimilare, dove lo sguardo si trova di fronte ad una pagina bianca pronta per essere riempita di visioni.

 

 

I mutamenti sono sempre forieri di novità, ma poche cose come il cambio della casa, del proprio ecosistema ha un impatto così forte sulla persona e sulla percezione del mondo. Siamo evoluti come esseri nomadi e ci siamo accomodati nel nostro essere stanziali, da viaggiatori abbiamo scelto la comodità di una dimora fissa. E quando si mettono in discussione i nostri equilibri è fondamentale trovare appigli per ristabilire l’armonia con la quotidianità. In questo ambito lo sguardo è lo strumento formidabile che registra le coordinate della nostra quotidianità.  Al tempo stesso può diventare un filtro percettivo, una sorta di oppio della nostra visione, oppure un faro che illumina le piccole cose di pascoliana memoria. E nelle piccole c’è spesso la traccia più visibile del nostro essere.

Tornando sulla dicotomia nomade-contadino, nell’immaginario collettivo hanno sempre più presa le fotografie di viaggio rispetto a quelle “stanziali”, della quotidianità quasi banale. Eppure recentemente si nota una maggiore attenzione a quelle immagini che raccontano microstorie nelle vite occidentali (e non solo) di tutti i giorni, come se attraverso l’occhio fotografico la trivialità quotidiana assuma altre forme, più interessanti. Feconde di significato, perché raccontano di riflesso chi siamo e cosa vediamo. La casa, il nido, l’antro incarnano il concetto di prospettiva, non solo come dinamica di visione da “dentro” di ciò che “fuori”. Quando cambiamo latitudine e longitudine, anche se di poco, il “fuori” si riflette nel “dentro” con dinamiche inaspettate. Come una macchina fotografica, nel suo gioco pentaprismatico: cambiare angolazione non solo apre nuove prospettive ma permette di cambiare rullino, cioè noi, per essere sensibili a nuove ambientazioni.

 

 

Basta un raggio di luce diverso e l’esperienza è del tutto nuova, eccitante, sfidante. Diventa quasi una esperienza terapeutica. Da più di un anno i miei genitori hanno ristrutturato la casa di Roma dove sono cresciuto. Il rifugio angusto dove passavo le notti a leggere, ad ascoltare i miei cd e la radio è diventata una sorta di sala studio. Il letto che mi aspetta nei ritorni romani è posto in una stanza ibrida e asettica dove sono stati accumulati i resti dell’esistenza mia e di mia sorella. Un luogo non totalmente mio che seppur racchiuso nelle mura familiari non riesce ad accogliere il mio riposo mentale. Per questo, complice una luce esterna quasi aliena, di ritorno da Milano in una notte tarda, ho visto impressa in questa visione una condizione di tensione calma, come quella che prova chi si sente estraneo in casa propria.

Ma allo stesso tempo quel fascio può essere una luce di una nuova alba. La luce in una stanza che riflessa in modo nuovo può portare a nuove scoperte. Una visione che forse qualche anno fa non avrei saputo apprezzare, ma che ora mi è entrata incredibilmente nella mia pelle. Una piccola bandierina nella mappa che racchiude le mie coordinate intime.

La luce in una stanza - Daniele Ferrini

La luce in una stanza – Daniele Ferrini

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3 comments

  1. Bellissima riflessione, Daniele (e grazie per la citazione). Mi piace il tuo discorso che oppone lo sguardo nomade e lo sguardo stanziale. E’ una dicotomia che spalanca un territorio (fotografico) da esplorare. Fotografi nomadi e fotografi stanziali … credo che ci ritroveremo ancora in questo discorso. A presto.
    Enrico

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