Il terzo occhio

Queste righe erano rimaste nel mio retrocranio da Aprile dove riposavano tranquille, ma gli argomenti toccati dall’ultimo post e l’avvicinamento al prossimo viaggio le hanno molestate dal limbo dei pensieri sparsi. Nella giornata di Pasqua sono andato in solitaria a vedere la mostra di Kazuyoshi Nomachi. Un fotografo documentarista le cui immagini realizzate in sette diversi percorsi geografici sono accomunate da una forte attenzione al lato spirituale. “Le vie del sacro” il nome dell’esposizione, la prima in Occidente dedicata a questo autore-viaggiatore i cui scatti, oltre narrare un certo sapore mistico trasversale alle varie latitudini ed estrazioni culturali, ci portano direttamente in alcuni territori esotici e lontani anni luce dalla nostra civiltà. Fotografie che ispirano un certo sapore di National Geographic classico, quello che tutti noi conosciamo quasi come manierismo del reportage. Anche se ormai anche il National sta cambiando pelle, come abbiamo avuto modo di discutere in radio nella puntata dedicata alla Society nel suo 125° anniversario.

La scelta espositiva ne La Pelanda dell’Ex Mattatoio di Roma, un itinerario “immersivo” organizzato in modo da evocare un percorso nelle sette vie del sacro (Sahara, Nilo, Etiopia, Islam, Gange, Tibet, Ande), ha centrato nell’obiettivo di rendere più vivo il viaggio visivo. E qui è entrato in gioco quel lato ubiquo della fotografia che permette di sovrapporre due sguardi, quello dell’autore e dello spettatore, e di separare le distanze. Il percorso fotografico è diventato un viaggio nelle culture incontrate da Nomachi, nei loro riti e nella loro quotidianità. Cronache da un’altra epoca quelle che emergono dagli scatti del Sahara e del Nilo, dove si torna all’antico rapporto uomo-terra-animali.

Mostra "Le vie del sacro" - Kazuyoshi Nomach

Sud Sudan – Le vie del sacro – Kazuyoshi Nomachi

 
Evocative e impregnate di sacralità le immagini dell’Etiopia, la cristiana Etiopia dove si prega in grotte e anfratti naturali, e dell’Islam dove la divinità emerge dall’impasto umano de La Mecca (d’altra parte e pluribus unum).
Etiopia-  Le vie del sacro - Kazuyoshi Nomachi

Etiopia- Le vie del sacro – Kazuyoshi Nomachi

 

Nel girovagare lungo la mostra mi pregustavo il dolce intermezzo in India e l’atto finale con in Tibet. La mia India e il mio Tibet, due luoghi a cui sono molto legato per due viaggi molto diversi tra loro,ma entrambi dall’intenso sapore mistico. E invece questi capitoli della mostra sono quelli che meno hanno colpito la mia immaginazione e la mia curiosità. Non per motivi da imputare all’autore, quanto per le ineluttabili relazioni fotografia-memoria e fotografia-informazione. Le fotografie di Nomachi, sebbene narrative e ricche di dettagli, non aggiungevano molto di più rispetto a quanto avevo assimilato nei due luoghi da me visitati. Anche se con occhio diverso in luoghi diversi, quegli scatti non aggiungevano tessere ulteriori a puzzle mnemonico che mi permette di rivivere il mio TIbet e la mia India (memoria Daniele 1 – Nomachi 0). Cosa che al contrario è successa per tutte le altre sezioni della mostra, dove il semplice guardare alcuni spicchi di realtà mi ha permesso di imparare qualcosa….e di aver voglia di viaggiare. Perché quegli scatti aggiungevano qualcosa al mio bagaglio culturale, mi informavano senza dover sostenere il (dannato e impari) confronto con la memoria di un viaggio già realizzato. Perché quegli scatti mi permettevano di alzare un piccolo velo di Maya e guardare oltre i miei orizzonti.

Ed è qui che mi voglio soffermare, sulla capacità della fotografia di scoprire dettagli e sfumature nel reale. Immortalare una scena, cristallizzare un momento equivale ad aprire un terzo occhio che non ha bisogno di situazioni particolari per attivarsi. Tanto nella vita quotidiana “stanziale”, come scritto sopra, quanto nell’eccezionalità del viaggio ci permette di vedere “altro”. Non serve andare molto lontano per trovare l’illuminazione, anzi a volte è più vicina e raggiungibile di quanto pensiamo. Basta guardare fuori. E guardarsi dentro.

 

 

Postilla: del mio Tibet in fotografia rimane poco, è una terra in forte evoluzione sotto la pressione della modernità alloctona (e imposta) che annacqua la cultura del luogo. Ma a me piace pensare che al rosso dei monaci tibetani tutto ciò faccia un baffo.

Tibet 2009 - Daniele Ferrini

Tibet 2009 – Daniele Ferrini

 

Buone vacanze a tutti.

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