Prelevare o assorbire

Tel Aviv - ©Daniele Ferini

Tel Aviv – ©Daniele Ferrini

Settembre, il mese del ritorno alla quotidianità e delle chiacchierate sulle rispettive esperienze estive. Chi si è mosso, chi invece è rimasto a casa a badare ai gatti o alle piante. Discorsi che hanno quasi un carattere universale nelle discussioni post-vacanziere. Se però le adattiamo al microcosmo fotografico,ci permettono di confrontare due approcci antitetici che però riflettono una stessa natura.

Avevo già parlato di una sorta di dicotomia nella fotografia di viaggio e di quella che avevo nominato stanziale nell’economia del ragionamento. Torno su questo discorso al ritorno da un viaggio che, una volta sedimentate la fanghiglie del movimento, mi ha messo di fronte ad una evidenza emersa in modo prepotente.

 

Il viaggio è ricerca, volontà di individuare una prospettiva diversa che permetta di arricchire il proprio quotidiano. Il viaggio non è fuga, ma uno modo per trovare sé stessi in un contesto alieno, lontano dai tipici punti di riferimenti. Viaggiare permette di spazzolarsi di dosso la patina del quotidiano e confrontarsi con stimoli inediti o più intensi. Per dirla con le parole di Michel Onfray, autore del libro “Filosofia del viaggio” (edizioni Ponte alle Grazie):

“viaggiare presuppone lo sregolare tutti i sensi, per poi riattivarli e sintetizzarli nel verbo”.

Quello che mi interessa, è capire come questa continua stimolazione si sintetizza nel fotografico. Perché nell’esplorazione emerge un lato particolare della fotografia, o meglio uno dei suoi motivi fondanti: quello del prelievo. Nel confrontarsi con nuovi spazi e aliene ambientazioni panoramiche e sociali, lo sguardo lavora sulla superficie. Il viaggiatore osserva, prova a capire ed entrare nei meccanismi; lo sguardo lo aiuta cercando una chiave di lettura in quello che osserva. L’atto del fotografare porta ad una raccolta di tasselli che successivamente, ricombinati in un puzzle più ampio, realizzano una visione d’insieme definita dall’esperienza del viaggio stesso. Per il viaggiatore, la fotografia non è altro che un passino che permette di raccogliere i residuali più significativi attraverso un filtro visivo: sapendo poco o niente di dove si trova, non avendo riferimenti sociali, ogni scatto diventa un piccolo appiglio per capire la realtà.

Per il fotografo stanziale il discorso è completamente capovolto. Per lui le coordinate sono tracciate, i riferimenti ben saldi definiscono i confini spaziali e fotografici. Ma questo non è un limite, al contrario questa consapevolezza diventa una virtù che consente di trascendere dalla quotidianità. Il fotografo stanziale lavora sulla profondità dello sguardo: con la  misura degli spazi e dei tempi fa emergere, attraverso la fotografia, il cuore pulsante di ciò che lo circonda. Il meccanismo è quello dell’assorbimento: lo sguardo conosce già i fatti, gli angoli, i rapporti umani sedimentati nel tempo e sa trovare una lettura non banale. Il fotografo stanziale lavora nella profondità delle cose e le fa emergere con la sua individualità. Qui il puzzle della vita è già formato, sta alla fotografia saper trovare in questa composizione una visuale nuova e unica.

 

Il nomade e il residente, due fratelli destinati a non incontrarsi. Per fortuna nella fotografia (e forse anche altrove) non è così. Si può essere viaggiatori sapendo penetrare il tessuto sociale ed ecologico dei luoghi che si visitano, sapendo individuare cause ed effetto in modo formidabile. Allo stesso modo il fotografo che racconta la propria quotidianità, rendendola straordinaria, ha nel suo sangue un po’ di DNA del viaggiatore. I due estremi si posso toccare, ma questo non è una novità. Perché sia che si parta, o che non ci si muova, ci si confronta sempre con la propria soggettività. E quella, a meno di schizofrenie, è una e una sola.

Il nostro sguardo è unico, a noi scegliere in quale modo arricchirlo.

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