Cecità

In questi giorni gira sui social network una delle tante catene in cui si è invitati a fare qualcosa per poi coinvolgere i propri contatti con un loro contributo. Un meccanismo che alla lunga può irritare, ma se si tratta di elencare la lista dei propri dieci libri preferiti qualcosa di buono può venir fuori. Anche io ho partecipato, inserendo un libro fondamentale per la fotografia che immagino i più non avranno colto: Cecità di Josè Saramago (edizioni Feltrinelli).

Cecità non è un saggio né un manuale per capire come funziona la macchina fotografica. Cecità è un romanzo. Cecità narra eventi apocalittici ambientati in uno spazio-tempo contemporaneo non identificato, il che rende la storia ancora più universale. Una strana forma di cecità colpisce la popolazione a partire da un caso isolato per poi, attraverso un contagio velocissimo, spargersi a macchia d’olio. Lo sviluppo dei fatti è prevedibile ma agghiacciante allo stesso tempo: al sorgere degli indizi di una pandemia misteriosa iniziano le isterie, i portatori o possibili contagiati di questo strano morbo vengono inizialmente segregati. Man mano che il contagio assume dimensioni sempre meno controllabili, tutti i meccanismi sociali saltano e si manifesta un ritorno degli uomini allo stato brado, con una serie di barbarie che si susseguono in un incredibile incedere di colpi di scena.

Nel romanzo non c’è nessun riferimento alla fotografia e credo che questa parola non venga mai utilizzata nel corso delle pagine. Per quale motivo lo reputo così fondamentale per il mondo delle immagini?

Perché se vero che la fotografia è solo un click, è anche vero che quel fatidico click è la fine di un processo. Processo che deve avere basi solide. Per fotografare bisogna saper osservare, saper educare lo sguardo. Ma per osservare è necessario essere in grado di vedere. Attenzione alla parola: vedere e non guardare. Non basta avere i nervi ottici funzionanti, bisogna saperli usare per riempirli di significato. Cecità racconta la spirale infinita della società verso la violenza in assenza della vista. Anche in fotografia, senza una visione, si possono creare barbarie.

Ma è giusto asserire che un libro incentrato sulla cecità sia fondamentale per capire la fotografia? Sembra paradossale, e invece l’assenza della vista ha da sempre attratto fotografi, diventando il soggetto di scatti molto diversi tra loro. E’ l’analisi di un libro affascinante che sto centellinando pagina dopo pagina, scritto da una persona che non possiede una macchina fotografica (ci piacciono i paradossi): Geoff Dyer e il suo Infinito istante (edizioni Einaudi). Il libro ha un approccio semantico, ogni capitolo mette insieme autori e momenti fotografici molto diversi tra loro accomunati da scatti realizzati su specifici oggetti. Proprio il primo capitolo indaga come la cecità sia stata rappresentata in fotografia, e le storie che emergono sono incredibilmente affascinanti.

Paul Strand ha cercato nel ritratto dei ciechi il compimento della condizione di invisibilità del fotografo.

Garry Winogrand, fotografo perennemente in movimento, forse cerca il suo opposto nel rappresentare le figure immobili dei ciechi nelle strade di New York.

Diane Arbus, parlando di alcuni suoi ritratti dell’artista di strada cieco Moondog, entra nel vivo della questione del rapporto tra condizione di cecità e fotografia. Chi è cieco crede nel visibile, chi può vedere (e fotografare) crede nell’invisibile. La stessa Arbus afferma che l’interesse verso la cecità riflette la ricerca di ciò che non si può vedere nelle fotografie.

Concetto affascinante neanche così eccentrico. Basta pensare a questo semplice concetto: è un po’ come cercare significato nei toni scuri del bianco e nero, proprio là dove la luce si perde.

Io credo che nel cercare la cecità, si cerchi di combattere il timore di non riuscire più a vedere. E’ una sorta di esorcismo al contrario, che i vari autori sono riusciti a declinare con rispetto e con diverse sensibilità. Io vi lasco con la visione più sinestetica e ironica realizzata da André Kertész a New York: l’incrocio di sguardi, laddove è predominante l’assenza di sguardo, riescono a creare un ritmo guidato dal suono di una fisarmonica che non si sente. Una immagine muta e cieca che riesce a generare un vortice di sensazioni.

Sixth Avenue -©André Kertész

Sixth Avenue -©André Kertész

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