Come Forrest Gump

Nella nostra era, la fotografia con cui ci si presenta al proprio stuolo di contatti, amici o follower incomincia a valere più di quanto si ha da dire. L’immagine da usare per i propri profili a volte è un modo per colmare insicurezze o volersi presentare in modo molto diverso rispetto a quello che si è nella vita off-line. Magari sono considerazioni tardo-adolescenziali (in qualche modo è così anche per i più adulti, basta fare un giro su Linkedin), ma sicuramente la fotografia in questo campo funziona come una sorta di marketing di sé stessi. Per fortuna, quando ho aperto un blog non ho avuto paturnie particolari legate alla selezione della fotografia “immagini”, certo fosse successo qualche anno fa ci avrei messo più di quei 5 minuti investiti. Ma oggi voglio parlare dell’opposto, ovvero di come la scelta una immagine abbia saputo interpretare certi umori verbali del subconscio. E in parte cerco di chiarire come interpreto questo angolo di web.

Sinestesie fotografiche è per me uno spazio dove dare forma (strano a dirsi per uno luogo virtuale) alla mia visione fotografica, intesa in senso lato come il titolo vuole indicare. Il fotografico è sì legato al visuale, ma riesce a creare un substrato di tele invisibili con tanti altri aspetti del reale, dove le immagini si legano a parole, umori, melodie: in sostanza al proprio vissuto. Non a caso parlo di contaminazione, parola che forse fa storcere la bocca a chi vede in ciò un andare oltre l’originale intento della fotografia. Ma tanto è, a suo tempo ho scelto di parlare di fotografia in radio, che mi si permetta di realizzare una specie di diario scritto sotto forma di istantanee. L’ingresso, tanto, è gratuito.

E così nel comprovare la mia massima serietà, ho scelto uno scatto realizzato a Zabriskie Point: un chiaro omaggio al mondo della fotografia a cavallo tra il mondo di immagini ferme e in movimento, pensando a Michelangelo Antonioni. Ma oltre a questa manifestazione di intenti c’era di più: in quella panchina solitaria, con quello sbaffo di nuvola a fare da contrappunto nel senso di isolamento, ho intravisto qualcosa di più profondo che gli occhi del subconscio avevano messo a fuoco. E che le parole non riuscivano ad esprimere. Senza volerlo avevo demandato all’immagine copertina il compito di veicolare lo spirito di questo blog. A renderlo evidente sono state poche parole, non mie ma di quel Geoff Dyer già menzionato nel post precedente (Il suo Infinito Istante è veramente un libro da avere sul comodino). Ricordando come ogni luogo o oggetto può stimolare una visione specifica in fotografia, ecco l’insieme di umori che possono scaturire da una semplice panchina:

Una panchina è una dimora pubblica […]. Chiunque arrivi è sempre il benvenuto. […] Una sedia si può adattare all’ambiente in cui è inserita; una panchina resiste alla bufera, prende qualsiasi cosa la vita le abbia destinato. La sua visione del mondo è fissata, determinata, ostinatamente opposta al cambiamento, eppure impotente a resistergli. Si ha spesso la sensazione che le panchine stesse siano spettatori che osservano scorrere il traffico umano.

Semplice e conciso: in quella immagine ho visto uno spazio aperto, un luogo dove chi voleva poteva sedersi per condividere il panorama. Ma che tipo di panorama? Quello che affaccia su una visione fissata e determinata del traffico umano, proprio come fa la fotografia. Linguaggio che allo stesso tempo non può fare a meno di evolversi e di fluire con il tempo. Scoprire nelle parole altrui la realizzazione verbale del germe di un mio pensiero incarnatosi in immagine. Non saprei trovare modo più calzante per rendere evidente come parole e fotografia possano creare sviluppi imprevedibili.

Come quello di farmi vestire involontariamente i panni di novello Forrest Gump: magari non il più sveglio e il più adatto a parlare di fotografia. Ma è proprio quella panchina che mi permette di condividere storie personali che nel loro piccolo possono essere straordinarie.

E vi dirò, non si sta neanche tanto male.

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