Musica nelle ossa

Uno spunto tra musica e fotografia, in un connubio singolare dal passato che arriva a toccare l’anima.

Ci sono melodie che ti entrano dentro, che vanno a stimolare le corde invisibili della nostra sensibilità. Ci sono composizioni musicali che al contrario partono dal soffio vitale degli autori e si incarnano in note dalla portata universale.

Ci sono poi fotografie che attraverso le loro immagini smuovono gli animi perché indignano, o perché realizzano un senso di compassione nel dialogo a distanza tra autore e lettore. Fotografie che toccano l’anima.  Ma la relazione opposta è quasi impossibile da immaginare: la fotografia si ferma prima, a ciò che è terreno. Di fronte all’anima alza le mani, fa un passo indietro.

In questo senso musica e fotografia sembrano sbilanciate: la prima nella sua impalpabilità eterea riesce a liberarsi dalle catene del concreto e a sondare i territori dell’indefinito. La seconda no, non può prescindere dalla fisicità delle cose. Cercare una trascendenza fuori dai confini del sensoriale non è nelle sue corde. Ma l’eco di una storia che arriva dagli anni ’50, direttamente dalla Russia al di là della Cortina di Ferro, riesce a ristabilire gli equilibri tra immagini e suoni nell’andare a scavare l’intimità umana.

E’ stato l’articolo di Nicolai Lilin pubblicato nel Domenicale de Il Sole 24 Ore del 9 Marzo 2014 a portarmi dentro una storia incredibile della Russia Sovietica. La Russia che vedeva il nemico ovunque, anche nella musica: ascoltare autori occidentali era vietato ma nonostante ciò iniziò a diffondersi uno strumento di ribellione geniale e sinestetico….fino al midollo. Roentgenizdat il nome, che vuol dire più o meno auto-pubblicazione su raggi X. Non solo possedere dischi occidentali era illegale, ma chi voleva realizzare copie non autorizzate doveva confrontarsi con gli alti costi dei materiali plastici. Di lastre e radiografie, però, non c’era mancanza. Se non altro perché materiale facilmente infiammabile che doveva essere rimosso ciclicamente dagli archivi per minimizzare il rischio incendi negli istituti ospedalieri. Lo diceva la legge. E qualcuno seppe farne buon uso: Ruslan Bogoslowskij e Boris Taigin. Non c’è traccia del primo reperto di lastra musicale di questa geniale trovata, ma vista l’abbondanza di materiale primo e di basso costo (circa un quinto di un disco ufficiale), nella Russia sovietica iniziarono a circolare dischi musicali realizzati su raggi X. I Roentgenizdat appunto: per qualcuno furono l’unico contatto con ciò che stava al di là della Cortina. Per altri era il simbolo della decadenza e furono dichiarati illegali nel 1959.

Contatto di natura effimera, peraltro. Perché il materiale di supporto non era stato progettato per l’utilizzo ripetuto sotto la puntina di un giradischi. Da consumarsi entro un mese dalla data di acquisto, questo era più o meno il tempo di ascolto permesso.  Eppure a fronte della caducità dell’oggetto, emergevano e continuano ad emergere aspetti affascinanti.

Per noi fruitori del digitale la riproduzione ad infinitum sembra la quotidianità. Ma come cambierebbe il nostro modo di ascoltare la musica sapendo che questa ha una scadenza, che ha un numero limitato di riproduzioni in base al nostro utilizzo? Presteremmo più attenzione a quelle note? E se traslassimo tutto ciò in immagini, in quale modo osserveremmo le fotografie sapendo che si potranno mostrare ai nostri occhi solo per una manciata di volte? Come reagirebbe il nostro sguardo, diventerebbe più reattivo, sensibile e prensile? Meno viziato e assuefatto all’abitudine?

X-ray2

Ciò che mi affascina di questi oggetti è il concetto di complementarità. Mi affascina come siano sintesi di eternità e temporaneità: da una parte le ossa, ciò che diventa l’unico cimelio di una esistenza, dall’altra parte le note a tempo determinato.

Ma quello che più mi colpisce è il loro esser punto di incontro intimo tra fisicità e indefinito. Tramite gli occhi della radiografia, l’unica produzione di immagine che lascia segno di ciò che è dentro, che ha la pretesa di penetrare e indagare ai limiti del trascendente. Trovo fantastico avere la possibilità di associare una canzone ad una frattura del proprio corpo, al superamento di una malattia o ad un momento di introspezione. Come avere la possibilità di rivivere i momenti che hanno lasciato un segno là dove batte il cuore, o dove risiede il respiro. E associarli al tema che ha dominato quei momenti.

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Penso anche a dei risvolti scabrosi o fortemente corporali. Lontano da testa e cuore, ma vicino alla parte più sessuale. Dove le vibrazioni sono diverse.

Vedo in questi oggetti la vera realizzazione di sinestesia. E mi piacerebbe avere la mia collezione privata, quasi come un album fotografico da sfogliare. Per tenere nota di cosa è stato che ha lasciato segno nel profondo e non in superficie.

Magari per guardarmi (e farmi guardare) dentro con una angolazione diversa.

PS: In tempi di start up, l’idea di realizzare roentgenizdat moderni può essere un’idea dal sapore molto retro.

PPS: Per i più curiosi, a voi un Elvis in versione radiografia sovietica.

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