Piccoli frammenti nello scrigno

Mi piace la fotografia essenziale, diretta, senza fronzoli. L’attrezzatura che utilizzo riflette molto il mio approccio al mezzo: kit di base senza molte pretese, il minimo indispensabile per soddisfare il mio modo di osservare e fotografare. Anche quando sbaglio.

Visto il mio utilizzo analogico del mezzo digitale, per cui faccio poco o punto uso dello schermo, una batteria basta e avanza. Male che va una presa per un’ora si trova quasi ovunque. Ma se sei in Scandinavia e passi gran parte della lunga sera invernale in attesa della luce boreale, quella batteria è il tuo unico appiglio ad una attesa ben spesa. O funziona, oppure puoi attaccarti al neurone della memoria e a quello del rimorso. Quindi meglio andare sul sicuro, ogni sera fa che la batteria sia scarica in modo da renderla pimpante per la giornata successiva. E così, di ritorno da una passeggiata nella neve di un lungo pomeriggio indistinguibile dalla profonda notte scandinava, l’unica cosa a cui pensi è trovare un modo di esaurire la carica al litio di quella tua unica batteria. Farlo è molto semplice, vai di flash a manetta o ancora meglio di lunghe esposizioni al freddo: nessuna pietà per quegli elettroni. Take no prisoners!

Questo è quello che è passato per la mia testa quella sera di inizio Gennaio. Nulla di nuovo per quanto mi riguarda, nei miei viaggi uso spesso questo passatempo poco proficuo, e ogni volta il pensiero è lo stesso: finire la carica volontariamente è dannatamente difficile e richiede una lunga applicazione E’ quindi per me prassi scattare a vuoto cercando effetti mossi intriganti o flash a più esposizione che prontamente vengono accolti nel cestino della fotocamera.

Ma quella volta è successo qualcosa di diverso. Nel buio scandinavo quasi senza continuità il cancella-automatico si è bloccato. Forse perché non ero solo, forse perché non volevo lasciarla andare via per premiare la sua pazienza nell’attendere me e le mie mono-manie. Forse perché in questi tre frammenti avevo inconsciamente individuato una visione d’insieme.

Frammenti scandivi 3- ©Daniele Ferrini

Frammenti scandivi 1- ©Daniele Ferrini

Frammenti scandivi 2- ©Daniele Ferrini

Frammenti scandivi 2- ©Daniele Ferrini

Frammenti scandivi 1- ©Daniele Ferrini

Frammenti scandivi 3- ©Daniele Ferrini

Per qualche motivo queste tre percezioni impressionistiche sono sopravvissute all’oblio salva-batteria. Non mi ricordo se sbirciando nello schermo ho intravisto qualcosa che aveva il diritto di rimanere, ma ricordo benissimo l’effetto che ho provato nell’aprire l’archivio digitale di quel viaggio. Sorpresa e sgomento nel trovarmi, mio malgrado, in mezzo ad una storia. Una storia neanche troppo piacevole, sospesa in un che di onirico e caratterizzata da un forte senso di oppressione. Una storia del mio inconscio, oppure figlia di una coscienza residua delle stesse immagini che hanno saputo evitare l’accetta della dimenticanza.

Sembra uno scenario da film di fantascienza, dove le immagini prendono vita loro malgrado: piccoli frammenti che nello scrigno si uniscono per diventarecomplessi mosaici. L’archivio, ecco lo scrigno a cui deleghiamo le nostre memorie fotografiche occulte. Oggi  a pictures.of.you parleremo proprio di questo, in una puntata dal vago sentore fantascientifico:”Tre, due, uno…contatto“. Ma che invece è molto più terrena di quanto si pensi. Protagonisti i provini, nella loro tradizionale forma a pellicola o in quella più recente digitale. Dietro la scelta di un singolo scatto si può celare una rete di storie e retroscena, dove le fotografie non sono più singole istantanee ma diventano l’incarnazione della parte più intima e nascosta del nostro fotografare. Chiuse in uno scrigno, appunto.

(E magari capirò cosa si cela dietro il candore nevoso di queste fotografie che combatte nervosamente con l’oscurità intorno)

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