Le fotografie degli altri

Per qualcuno è un hobby, un modo per realizzare una collezione di pezzi più o meno pregiati dei primi reperti fotografici. Per qualcun altro è un modo per conoscere il passato attraverso una tecnica che ha messo a nudo (a volte più che letteralmente) usi e costumi di epoche passate. Per altri ancora è una raccolta di piccoli frammenti privati ancora carichi di storia, che possono essere rimescolati nuovamente.

Per me, conoscendo i miei istinti compulsivi, poteva essere l’inizio di un tunnel. La febbre delle fotografia abbandonate e ritrovate non è esplosa con un fuoco sacro, ma ogni tanto si ripresenta con qualche linea. Tutto è iniziato lo scorso Febbraio, nel fugace incontro con il fotografo Lillo Rizzo in quel di Parigi. Due persone e due generazioni messe in contatto dal mondo radio-fotografico. Di quel freddo pomeriggio riscaldato da un tè alla menta, oltre alla piacevole chiacchierata sulle rispettive esperienze, è rimasto quel piccolo tesoro di Lillo fatto di immagini orfane rinvenute nei molteplici mercatini delle pulci parigini, dove dagherrotipi e fotografie dal bordo merlettato cercano una seconda possibilità dopo esser state abbandonate dai loro proprietari. Attraverso chi sa quali peripezie.

Non ho mai amato gli album di famiglia, forse perché non ho mai dedicato molto tempo a quello della mia stessa famiglia o perché ricorda la fiera della banalità, del già visto del mio vissuto attraverso le pose forzate di fronte l’obiettivo fotografico. Ma in quei pochi minuti, osservando persone e figure sconosciute in momenti privati e non, sono stato rapito dalle fotografie degli altri.

Le fotografie appartenenti agli album di famiglia o ad archivi di vario genere. Le fotografie orfane, quelle senza autore. Dove manca il mittente. Che effetto fa ricevere una lettera senza sapere da chi viene? E’ più forte la curiosità di aprirla o il timore di affrontare l’ignoto? Non molto diversa è la sensazione di sbirciare in una spazio fotografico senza firma. Ma in una fotografia senza autore è anche il destinatario a venir meno, quantomeno nella funzione originaria. Perché spesso una fotografia abbandonata lascia in eredità piccoli momenti privati, che dovevano rimanere racchiusi in una sfera domestica e che invece a distanza di anni sono oggetto di sguardi indagatori.

E qui già sento arrivare le prime lamentele: perché arrogarsi il diritto di entrare nelle vite di sconosciuti, dentro le loro case e cercando vita nei loro sguardi? E’ un comportamento etico intrufolarsi nell’intimità di chi non ci ha invitato? La risposta la si trova ovviamente nella modalità in cui ci si approccia a questi frammenti fotografici, come in ogni cosa. Ma le fotografie orfane sono lì, e non fanno altro che testimoniare ciò che è stato. Sono archivi della memoria che, proprio perché imparentate con l’oblio, cercano una nuova possibilità. Sono tracce che nessuno ha cancellato e che vagano verso una nuova casa.

Ciò che spiazza in queste fotografie è l’instabilità della loro esistenza, a cavallo tra il noto di quello che hanno vissuto e l’ignoto di quello che sarà. Punto di incontro tra la registrazione privata e l’esposizione pubblica, tra i resti del passato rivisti nel presente, tra la vicinanza fra fotografo e inquadrato e la lontananza di chi osserva a posteriori. Forse è per questi motivi che risulta difficile capire il fascino delle fotografie degli altri, da qui la scelta di parlarne oggi a pictures.of.you valutando la questione attraverso gli occhi dei collezionisti, degli autori che le riutilizzano e di chi lavora nell’ambito della ricerca iconografica.

Qui una piccola raccolta dei corpuscoli che hanno stimolato le mie linee di febbre.

A volte sembra di osservare non persone fisiche, ma fantasmi. In un limbo spazio-temporale indefinito.

Le fotografie degli altri 1

Le fotografie degli altri 1

A volte stupiscono per la loro loro ironia e per la loro modernità, più attuali degli occhi che le osservano.

Le fotografie degli altri 2

Le fotografie degli altri 2

Il più delle volte è l’aura del mistero che pervade quel rettangolo: dove diavolo è avvenuto tutto ciò, chi erano queste persone e soprattutto cosa facevano?

Le fotografie degli altri 3

Le fotografie degli altri 3

Quello che colpisce di più delle fotografie orfane è il sapersi rimescolare e creare nuovi prospettive. Come se fossero state sempre collegate con un fil rouge invisibile che a posteriori le incastra in una nuova, necessaria, combinazione.

Le fotografie degli altri 4

Le fotografie degli altri 4

Soprattutto, le foto abbandonate sanno parlare da sole senza bisogno di sottotitoli, come questa qui sotto, che mi ha colpito tra la miriade di scatti racchiusi in un cassettone. Senza un particolare perché. Forse perché riesco ad immaginarmi ancora oggi questa signora ancora sulla stessa sedia nella medesima posa tranquilla. Questa fotografia comunica, senza didascalie, cosa sarebbe successo di lì a poco. E’ questione di alchimia, non servono parole ulteriori. Ma un giorno mi piacerebbe parlare della storia di questa coppia di Torino che attraverso le epoche del Dopoguerra, ha donato un lascito di memorie dell’Italia che fu attraverso lo scambio dei loro sguardi privati. Un giorno, non oggi.

Le fotografie degli altri 5

Le fotografie degli altri 5

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