Con occhi di donna

Adesione degli sguardi. Sovrapposizione visiva.

La possibilità di far coincidere occhio di fotografo e spettatore è una delle armi più potenti della fotografia, quella che permette un dialogo diretto. Ma oltre alla sovrapposizione di ciò che si vede, va poi considerato tutto quello che concerne la rielaborazione e la psicologia di una immagine, quello che qualcuno aveva chiamato come allineamento di cervello e cuore. Perché nell’immagine non rimane solo una traccia di ciò che si è visto, ma anche una traccia più intima di chi si è e di cosa si prova e percepisce.

Ma può la fotografia restituire oltre alle rappresentazioni sensoriali ed emotive ciò che c’è di più intimo in una persona, ovvero il suo essere uomo o donna? E’ possibile individuare una visione femminile del mondo e attraverso quali specificità e sfumature si manifesta? Sono domande legittime che nascondono però rischi, come quello di finire in uno sterile discorso di genere o di ghettizzazione visiva. Quello che mi interessa è semmai il contrario, ovvero ampliare gli orizzonti. E gli orizzonti li ha aperti settimana scorsa Leonello Bertolucci che dopo la diretta radiofonica ha rievocato una frase illuminante di Giuliana Traverso, fotografa che nel pieno del moto egualitario del ’68 aprì una scuola fotografica per sole donne:

“La grande differenza della donna fotografa è che sa guardarsi dentro prima di iniziare a guardarsi fuori”

A pensarci, una frase che fa capire molto sullo sguardo e che ha una portata molto più vasta. Ma che permette di fare un passo in più: in virtù di quella sovrapposizione evocata qualche riga sopra, è possibile entrare nelle trame di una realtà femminile tramite decodifica fotografica? A tutte le domande riportate qui sopra cercheremo una risposta nella puntata odierna “Donna Fotografa” di pictures.of.you, e forse due ore non basteranno. Anche perché, oltre i concetti verbali servono le fotografie, i medium tra quel mondo interiore ricco di spunti che permette di interpretare ciò che c’è fuori.

Qui fortunatamente lo spazio per unire parole e immagini c’è, e lo sfrutto a modo mio. Recentemente ho visto un lavoro che mi ha particolarmente colpito, in due fasi molto diverse. Si tratta della serie “The 28 Names We Know” di Arianna Sanesi, giovane fotografa che ho avuto modo di conoscere agli albori della trasmissione. Si tratta di un lavoro di fino, incentrato sulla memoria storica di quanto avvenuto nel paese lettone di Kuldīga durante la seconda guerra mondiale. Uno dei tanti episodi dell’Olocausto che hanno segnato una comunità dove l’intera popolazione del paese fu sterminata nella vicina foresta.

The 28 Nems We Know - ©Arianna Sanesi

The 28 Names We Know – ©Arianna Sanesi

Proprio gli alberi di quella foresta sono i soggetti di primo livello della serie e a colpirmi, nella prima fase di lettura, è stato il modo in cui ciascun albero assume una sua identità. Una identità che fa emergere una specificità laddove è il concetto di gruppo, la foresta, che definisce ciò che stiamo osservando. Sono conscio di essere di parte, capisco che non tutti possono avere un interesse verso questi monumenti naturali che negano la nostra voglia di mobilità e di ricerca del cambiamento. Ma poche volte ho visto un ritratto all’altezza della nobiltà di un albero, e osservare queste fotografie è un piacere per gli occhi.

Il vero significato di ogni fotografia si evidenzia nella didascalia, con la seconda fase: ogni pianta ricorda il nome di un bambino. Uno dei bambini, di cui è rimasta traccia nella storia e nella memoria, uccisi in una Guerra che non ha permesso loro di crescere ed esplorare ciò che li circondava, al contrario di questi alberi. Ogni tronco rappresenta una vita spezzata. Un contrasto bellissimo e delicato, dove emerge una forte empatia e introspezione. Al di là delle diverse sensibilità individuali, credo che saper unire storie così diverse in modo intimo abbia a che fare con una lettura della realtà possibile solo con occhi di donna.

Osservando questo lavoro mi sembra, per qualche attimo, di poter vedere con prospettiva diversa. Ho l’impressione di essermi arricchito, non solo nella visione. Questo credo sia il senso di quanto diremo oggi in trasmissione.

The 28 Names We Know - ©Arianna Sanesi

The 28 Names We Know – ©Arianna Sanesi

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