Musica negli occhi

La fotografia può fare a meno delle parole? Tanti i fiumi di righe e battute su tastiera che hanno analizzato questo dilemma. Ma della musicalità nelle immagini, o tramite di esse, mi è sembrato di leggere poco. Forse perché servirebbero strati di sinfonie o disaccordi per perorale la propria causa. Eppure non si tratta di cose così campate in aria. Alla fine una foto può essere un grande, brevissimo assolo che si contrappone al ritmo simile allo scorrere di note in una serie fotografica.

Ma credo ci sia di più.

Non tanto perché il titolo di questo blog mi faccia giocare in casa, d’altra parte si tratta di un ulteriore gioco al limite della sinestesia, dove udito e vista sono invitate a ballare un tango, o magari qualcosa di dissonante. Né perché proprio oggi in radio parlo di cross-medialità in fotografia. Ma è qualcosa che fa parte della mia lettura delle cose, e magari non riguarda soltanto il mio modo di vedere e sentire le cose. Si risale agli albori di pictures.of.you, alle puntate della prima serie, quando si era alla ricerca di dare forma a questo spazio dove far dialogare pensieri, immagini e suoni nella camera oscura di uno studio radiofonico. Per qualche appuntamento mi sono cimentato in una serie di musigrafie, ovvero un binomio fatto di note e immagini separate alla nascita, legate da un cordone ombelicale invisibile che prende forma e significato nel riavvicinare quei due mondi. Un esperimento che diede vita a duetti inaspettati e sorprendenti. Alcuni leggeri, altri di un impatto raddoppiato dalla tensione musical-grafica. Come quello che lega lo sguardo stralunato di Marilyn Monroe e la ballata solitaria di Moby.

Maryin Monroe - RIchard Avedon

Marilyn Monroe – Richard Avedon

Nello studio fotografico a Vancouver, in quella giornata del 1957, Marilyn ha dato il meglio di sé. Si è messa a  disposizione completa di Richard Avedon per scatti in posa, ridendo tutto il tempo e dando sfoggio alla sua femminilità. Un rullo compressore, che a fine giornata, esauriti i fiumi del vino, finisce la benzina. Con il set in chiusura, anche il personaggio di Marilyn si congeda lasciando spazio a quello che c’è sotto: Norma Jean. Una donna arrivata al picco della notorietà, ma fondamentalmente sola di fronte ai propri spettri. Come lo siamo noi nella nostra quotidianità, in quello che colpisce la parte più molle.

Moby, pronipote di quel Melville, si diverte nel giocare con brani del passato. Riadattandoli a ritmi moderni. In questa canzone estrae un pezzo del The Shining Light Gospel Choir e lo trasforma in qualcosa di inedito. La voce che sentite è di una donna, rimodellata nei toni da sembrare quella di un uomo. Lo avreste mai detto? Ma la cosa più interessante in questo brano è che il verso originale è “why does my heart feel so glad”, diventato poi “why does my heart feel so glad”. In inglese è facile passare da “allegro” a “male” con un leggero cambio, quel cambio che definisce l’umore del pezzo. Una sorta di nicchia musicale che permette di trovare conforto di un malessere comune. Quel malessere che fa trovare sollievo in qualcosa di distante come quella luna di leopardiana memoria.

Basta mettere assieme questi tasselli, e l’effetto che ne esce è più che una somma. Entrano per me in gioco vibrazioni che fanno oscillare immagine e note alla stessa frequenza, legandosi come gemelli inconsapevolmente separati alla nascita. Ma che quasi naturalmente trovano una nuova connessione.

Qualcuno mi dirà che così non si fa. Che ciò che è immagine non può diventare musica. Che non siamo qui ad abbinare portata e vino per aumentare il sapore. Non dico di no, ma si tratta di due correlazioni diverse. Quella gastronomica rimane nella superficie del palato, quella che ho in mente io entra dentro l’anima e la scuote. Nello sguardo di Mariilyn vedo rispecchiato il mio stato d’animo di alcune giornate condite di spleen. In quegli occhi riconosco qualcosa di me, delle mie sensazioni, del mio essere umano che solo la sensibilità di Avedon ha saputo cogliere con delicatezza ed empatia. Una sensazione che prende forma attraverso le note e la voce ribassata messe insieme da Moby. Unendole, mi guardo dentro. Mi sento meno solo. Mi sento in compagnia.

Ad esser sincero, raramente mi son sentito così per una buona abbinata di cacio e pepe e vino dei Castelli.

E ora fatelo voi, guarda quell’immagine e cliccate play. E ditemi cosa provate.

E se in modo naturale vi è suggerito un altro binomio, condividete la vostra playlist musigrafica: potrebbe uscire una selezione notevole.

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