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Fotografie in un vortice di note

“E’ una canzone fatta di immagini. Io quando ascolto questa canzone vedo una fotografia.”

Francesco Acerbis, ideatore di Transizioni fotografia in movimento, ha scelto queste parole per introdurre la canzone Michelangelo 70 di Astor Piazzolla. E’ successo proprio durante la puntata di pictures.of.you dedicata alla cross-medialità e alle contaminazioni fotografiche. Francesco ha aggiunto quel giusto tocco sinestetico dove le note di un tango si incarnano in immagine, creando una danza quasi magica di forme e melodie. Non fosse bastata questa semplice associazione ad inspirare visioni notevoli,  è stata la secca frase di chiusura che ha rimescolato completamente le carte.

“Una fotografia che non ho ancora fatto.”

Quella immagine che provava a prendere forma è stata risucchiata nel mondo del possibile, sotto le sferzate di un vortice musicale. Sono solo sei parole, ma racchiudono al loro interno tutta la vastità di ciò che è in potenza. Non so se ho capito pienamente il significato di ciò che voleva comunicare Francesco, ma ascoltando questa melodia frenetica mi sono sentito trascinato in una visione caleidoscopica, dove ciascuna battuta e ciascun silenzio ispira una serie di fugaci visioni che sono lì. Ma sono impalpabili. Quasi irraggiungibili. Custodite con cura in questi tre incalzanti minuti di archi e bandoneon, pronte ad esplodere in un un big bang visivo.

Che però rimane silenzioso. Come l’ascoltatore alla fine di questo brano.

Fino al prossimo play.

Scalpellate di luce

“Chi vuole scrivere impari prima a leggere
chi vuole suonare prima deve imparare ad ascoltare”

E’ l’inizio di una canzone, che racchiude in pochi versi un senso antico dell’equilibrio tra i contrari. E’ un bel pezzo, sentito qualche giorno fa in un concerto. Magari è un caso che ispiri l’inizio di questo post, a sua volta intimamente legato al puntata di questa settimana di pictures.of.you, dove si è cercata sintesi tra fotografia e scultura. Luce e materia, due opposti.

Spesso cerco tracce di vita nei cimiteri. Nel freddo marmo c’è più calore e umanità di quanto pensiamo, sia come lontana eco di vite passate che come estremo racconto di un affetto diventato pietra. Staglieno, il cimitero monumentale di Genova, è un luogo magico in tal senso. Un posto dove, con tutto il rispetto del caso, ci si perde in preda ad una continua meraviglia, dove ogni angolo è capace di raccontare storie sotto una coltre di tempo centenaria.

Staglieno - Daniele Ferrini

Staglieno – Daniele Ferrini

Il motivo per cui sono andato e continuo a tornare allo Staglieno è l’angelo di Oneto, l’opera più simbolica e simbolista del cimitero. Una figura che con staticità evoca pace e vacuità nella morte. Ma quelle pieghe marmoree suggeriscono una sorta di tensione nel trapasso. Staticità e movimento, di nuovo tra opposti.

Staglieno - Daniele Ferrini

Staglieno – Daniele Ferrini

Il tempo diventato polvere sul marmo crea un bianco e nero naturale. Una bicromia che sembra alternarsi quasi volontariamente nelle pieghe del torso e nelle leggero piumaggio delle ali. Chiaro e scuro, di nuovo tra opposti.

Staglieno - Daniele Ferrini

Staglieno – Daniele Ferrini

Una figura androgina, misteriosa. Il corpo tradisce curve femminili, Nel volto si scorgono lineamenti di un ragazzo. Anzi no, sono lineamenti candidi, ancora immuni da ogni possibile impurezza. Sono le sembianze di un bambino con lo sguardo perso nel vuoto, nell’indefinito. Uomo e donna, di nuovo tra opposti. Ma con una possibile terza via.

Il mio sguardo, invece, non può che perdersi ogni volta che si posa su questo angelo di marmo. Che rimane fermo e uguale a sé stesso, ma diverso ad ogni scatto. La pietra è lì, non cambia. Eppure basta spostare la prospettiva e si apre una nuova lettura. L’angelo, la materia, è immobile. Sono io, con la fotografia, che gli danzo intorno.

Ogni scatto non è solo semplice interpretazione, o reinterpretazione. Ogni scatto diventa una piccola scalpellata di luce che permette di estrarre dalla materia una nuova scultura.

Opposti eppure uguali. Ecco come possono incontrarsi fotografia a scultura.

Un ringraziamento alla Dottoressa Monica Maffioli, ospite della trasmissione di Martedì che con le sue considerazioni ha dato un ordine a quello che era già in testa.

Staglieno - Daniele Ferrini

Staglieno – Daniele Ferrini

 

Staglieno - Daniele Ferrini

Staglieno – Daniele Ferrini

Staglieno - Daniele Ferrini

Staglieno – Daniele Ferrini

Musica negli occhi

La fotografia può fare a meno delle parole? Tanti i fiumi di righe e battute su tastiera che hanno analizzato questo dilemma. Ma della musicalità nelle immagini, o tramite di esse, mi è sembrato di leggere poco. Forse perché servirebbero strati di sinfonie o disaccordi per perorale la propria causa. Eppure non si tratta di cose così campate in aria. Alla fine una foto può essere un grande, brevissimo assolo che si contrappone al ritmo simile allo scorrere di note in una serie fotografica.

Ma credo ci sia di più.

Non tanto perché il titolo di questo blog mi faccia giocare in casa, d’altra parte si tratta di un ulteriore gioco al limite della sinestesia, dove udito e vista sono invitate a ballare un tango, o magari qualcosa di dissonante. Né perché proprio oggi in radio parlo di cross-medialità in fotografia. Ma è qualcosa che fa parte della mia lettura delle cose, e magari non riguarda soltanto il mio modo di vedere e sentire le cose. Si risale agli albori di pictures.of.you, alle puntate della prima serie, quando si era alla ricerca di dare forma a questo spazio dove far dialogare pensieri, immagini e suoni nella camera oscura di uno studio radiofonico. Per qualche appuntamento mi sono cimentato in una serie di musigrafie, ovvero un binomio fatto di note e immagini separate alla nascita, legate da un cordone ombelicale invisibile che prende forma e significato nel riavvicinare quei due mondi. Un esperimento che diede vita a duetti inaspettati e sorprendenti. Alcuni leggeri, altri di un impatto raddoppiato dalla tensione musical-grafica. Come quello che lega lo sguardo stralunato di Marilyn Monroe e la ballata solitaria di Moby.

Maryin Monroe - RIchard Avedon

Marilyn Monroe – Richard Avedon

Nello studio fotografico a Vancouver, in quella giornata del 1957, Marilyn ha dato il meglio di sé. Si è messa a  disposizione completa di Richard Avedon per scatti in posa, ridendo tutto il tempo e dando sfoggio alla sua femminilità. Un rullo compressore, che a fine giornata, esauriti i fiumi del vino, finisce la benzina. Con il set in chiusura, anche il personaggio di Marilyn si congeda lasciando spazio a quello che c’è sotto: Norma Jean. Una donna arrivata al picco della notorietà, ma fondamentalmente sola di fronte ai propri spettri. Come lo siamo noi nella nostra quotidianità, in quello che colpisce la parte più molle.

Moby, pronipote di quel Melville, si diverte nel giocare con brani del passato. Riadattandoli a ritmi moderni. In questa canzone estrae un pezzo del The Shining Light Gospel Choir e lo trasforma in qualcosa di inedito. La voce che sentite è di una donna, rimodellata nei toni da sembrare quella di un uomo. Lo avreste mai detto? Ma la cosa più interessante in questo brano è che il verso originale è “why does my heart feel so glad”, diventato poi “why does my heart feel so glad”. In inglese è facile passare da “allegro” a “male” con un leggero cambio, quel cambio che definisce l’umore del pezzo. Una sorta di nicchia musicale che permette di trovare conforto di un malessere comune. Quel malessere che fa trovare sollievo in qualcosa di distante come quella luna di leopardiana memoria.

Basta mettere assieme questi tasselli, e l’effetto che ne esce è più che una somma. Entrano per me in gioco vibrazioni che fanno oscillare immagine e note alla stessa frequenza, legandosi come gemelli inconsapevolmente separati alla nascita. Ma che quasi naturalmente trovano una nuova connessione.

Qualcuno mi dirà che così non si fa. Che ciò che è immagine non può diventare musica. Che non siamo qui ad abbinare portata e vino per aumentare il sapore. Non dico di no, ma si tratta di due correlazioni diverse. Quella gastronomica rimane nella superficie del palato, quella che ho in mente io entra dentro l’anima e la scuote. Nello sguardo di Mariilyn vedo rispecchiato il mio stato d’animo di alcune giornate condite di spleen. In quegli occhi riconosco qualcosa di me, delle mie sensazioni, del mio essere umano che solo la sensibilità di Avedon ha saputo cogliere con delicatezza ed empatia. Una sensazione che prende forma attraverso le note e la voce ribassata messe insieme da Moby. Unendole, mi guardo dentro. Mi sento meno solo. Mi sento in compagnia.

Ad esser sincero, raramente mi son sentito così per una buona abbinata di cacio e pepe e vino dei Castelli.

E ora fatelo voi, guarda quell’immagine e cliccate play. E ditemi cosa provate.

E se in modo naturale vi è suggerito un altro binomio, condividete la vostra playlist musigrafica: potrebbe uscire una selezione notevole.

Pausa caffè

Pausa caffè

In un giorno qualunque, in un ufficio marketing qualunque di una azienda di caffè qualunque. Un Marketing Manager (MM) qualunque discute la prossima grande campagna fotografica del noto Don Ginger con l’ambizioso Collaboratore 1 (C1) e il Collaboratore 2 (C2) in cerca di conferme.

MM:”Allora ragazzi, tutto pronto. Ho gli scatti del nostro Fotografo qui sul tavolo, verifichiamo che il concept funzioni e facciamo un check su quanto realizzato. Pronti perché è roba high level, tutti ne parleranno. Avremo massima visibilità e porteremo a casa i risultati di questo grande investimento”

C1:”Capo, son tutto occhi”

C2 bofonchiando a bassa voce:”Investimento, investimento. A pensare quanto c’è costata ‘sta cosa…”

MM si gira verso C2 con aria infastidita:”Prego? Hai detto qualcosa?”

C2:”No, no..figurati. Però pensavo che con le chiacchiere si fa poco. Vendite, non parole. Sarebbe stato più utile puntare a qualcosa di veramente ambizioso. Non vorrei essere ripetitivo, ma abbiamo ancora campi verdi da cavalcare e tanti miti da sfatare. Come quello dell’ipertensione. Il famoso progetto del coffee point nelle sale attesa di cardiologia dei maggiori ospedali per informare sui benefici del caffè sul cuore. E poi un accordo con il ministero per poter diffondere il caffè nelle…

C1 finisce la frase con tono sarcastico:”scuole per incoraggiare bambini e adolescenti a bere caffè. Si vabbè”

C2 guardando il collega con occhi torvi:”Ma lo sai quanto orzo viene venduto ogni anno in Italia? Perché le mamme pensano che il caffè faccia male! Tutte fette di mercato che non aggrediamo e che potrebbero…

C1 ri-finisce la frase con tono sarcastico:”diventare galline dalle uova d’oro per la nostra azienda”

C1 e C2 finiscono all’unisono quello che è diventato ormai un mantra:”E’ un investimento a basso costo e i nostri fatturati esploderebbero alla faccia di un mercato stantio.”

Silenzio nella stanza dove C2 guarda con espressione indefessamente convinta i suoi interlocutori che a stento trattengono sbuffi di risata.

MM prende la parola da vero capo:”Non vorrei essere ripetitivo neanche io, ma hai rotto il cazzo. Basta co’ sta tiritera perché se la ripeti ancora, come hai fatto all’ultima riunione con il top management facendoci fare una figura di cioccolatai, ti mando al reparto camomilla. E sai che succede al reparto camomilla vero?”

C2 con l’autostima sotto le scarpe e tono dimesso:”Si lo so, al massimo pubblicità tv alle 3 di notte e redazionali in mezzo ad articoli di pannoloni”.

MM:”Esatto bravo. Ora lasciamo da parte vecchi rancori e vediamoci questi scatti immensi di Don Cumin..”

C1 sfiata come un suggeritore di scuola ai tempi d’oro:”Don Ginger capo”

MM:”di Don Ginger, giusto. E cosa avevo detto io? Io le ho già visto, sono una bomba ve lo assicuro. Tutta la poetica dei suoi reportage in scatti veritieri e attenti al sociale come solo lui sa fare. Prima però, verifichiamo di aver seguito tutti i passi della campagna. Partiamo dal brief all’agenzia, chi me lo legge?”

C1 declama pronto:”Dopo anni ricchi di messaggi forti con immagini evocative e anche di rottura con la nostra immagine, in questa campagna vogliamo puntare sul sociale. Immagini che raccontino l’attenzione dell’azienda nella filiera di produzione del caffè dalla coltivazione alla consumazione. Anche perché co’ ‘sta storia del caffè biologico le cooperative locali ci stanno facendo il culo a fettine e dobbiamo dare un segnale forte al mercato e a tutte le cooperative del cazzo.”

MM alza gli occhi con sguardo ferino dopo aver ascoltato la declamazione in direzione di C1:”Come prego?”

C2 imbarazzato:”No scusa, questa parte è barrata e evidenziata come da cancellare. Non si legge eh, è che ho letto il brief così tante volte che lo so a memoria. Ma non è intellegibile, tranquillo. Fammi riprendere da dove avevo lasciato. Vogliamo comunicare la nostra attenzione con immagini di chi lavora direttamente con la terra e il caffè, mostrando tutto il rispetto verso questo Terzo Mondo ma con occhi moderni e lontani da ideologie, rendendo la quotidianità quasi epica.

MM con aria distratta ma sulla soglia della ferinità:”Terzo Mondo? Ma davvero abbiamo scritto questo?”

C1 ridendo nervoso:”No capo, scusa ho sbagliato. Eh eh, Terzo era barrato come sopra ma son riuscito a leggere. Eh eh”

MM:”Ma che cazzo di roba avete scritto? C’è poco da ridere, ‘sto brief fa proprio schifo. Ma chi l’ha scritto? E soprattutto chi l’ha mandato?”

C1 temporeggia bevendo spuma lasciata in sala riunioni dopo un aperitivo di qualche giorno prima.

C2 con aria severa alza lo sguardo dal suo schermo:”Capo, dalla mail di fine Luglio risulta che sei stato tu a scrivere direttamente all’agenzia. Guarda siamo tutti in copia”

MM rimette a posto la furia. Prima interdetto e poi con non-chalance:”Io, Ma sei sicuro? Non dico di no, se c’è la mail è così….certo ora che ricordo era fine Luglio e voi eravate in ferie, così ho mandato tutto io. Strano che non mi sia accorto dei refusi, ma forse non mi avevate aggiornato sulle diverse versioni. In ogni caso a parte questi refusi mi sembra che abbiamo dato tutte le indicazioni del caso per una campagna attenta e importante come la nostra. Possiamo però vedere insieme la presentazione dell’agenzia? Perché queste foto sono una bomba eh, ma sento che mi sfugge qualcosa.”

C1 con colpo di maestria tira fuori un corposo fascicolo colorato pieno di fogli che a vederlo viene da piangere per la deforestazione, e cercando individua la singola pagina con tutti i (pochi) dettagli della campagna, pronto a leggere. MM osserva e inizia ad avere i sudori freddi:”La presentazione è tutta lì?”

C2 guardando altrove e a bassa voce:”E’ pure troppo per i loro standard. Si sono sprecati. D’altra parte se ci fai scegliere sempre loro senza fare una gara questo è il risultato. Ma tuo genero lavora ancora lì?”

C1 inizia la lettura del capolavoro:”Attenzione sul sociale. Immagine evocative. Filiera della produzione. Quotidianità epica. Terzo Mondo ma con occhi moderni. Cooperative locali rompono le scatole”

MM incredulo:”Ma è solo il riassunto di quello che abbiamo scritto noi a loro! Ma poi non hai detto che le cose da cancellare non si leggevano? Altro che camomilla, vi mando al reparto decaffeinato solubile!”

C1:”Aspetta non è finito, arriva la parte corposa. Per comunicare tutta la sensibilità di questa campagna, abbiamo pensato a qualcosa di innovativo e mindblowing. Una raccolta di immagini della vita quotidiana nei campi, quella vera. Ma lo faremo con rispetto, per non intaccare gli equilibri di questi villaggi del Terzo Mondo. Non andremo lì come nuovi conquistatori, ma realizzeremo un set fotografico per ricostruire i vari scenari. Tranquilli. alle luci ci pensiamo noi.”

MM inizia ad avere i battiti accelerati.

C1 continua:”Anche i protagonisti saranno scelti oculatamente, sempre con molto rispetto non li preleveremo dai loro villaggi ma realizzeremo un concorso bellezza tra gli immigrati di seconda generazione, propri per dare un taglio moderno. In questo modo daremo anche un messaggio implicito di tolleranza. Per i vestiti non preoccupatevi, abbiamo fatto una festa in maschera con ambientazione africana e possiamo fornirli noi. Tessuti di alta qualità e come nuovi inclusi nella quotazione”

MM:”Africa? Ma che cazzo c’entra col caffè?”

C1 solerte:”Vogliamo tranquillizzarvi su questi punto, abbiamo fatto una ricerca su Wikipedia e pare che in alcuni stati cresca un orzo dal sapore delicatissimo molto simile al caffè che in quei luoghi è chiamato Kafa. Ah si tratta di roba biologica quindi prendete due piccioni con una fava”

MM incredulo con le mani nei capelli:”No, l’orzo no…”

C1:”Chiusura col botto: proprio per dimostrare il fil rouge tra produzione e consumazione la vostra azienda fornirà a tutti gli abitanti dei villaggi, quelli veri, un kit caffè abbinato a macchinetta. Purtroppo Wikipedia non ci ha dato riscontri sull’effettivo uso del caffè nella dieta locale, ma è un bel messaggio. Ovviamente  parliamo della vostra selezione migliore di macinato e non di intruglio a base di orzo.”

Nel silenzio sceso nella sala riunioni C1 guarda il foglio controluce e nota delle strane macchie e bruciature da fumo, con una nota a piè di pagina che evita di leggere ad alta voce: Scemo chi legge.

MM con la faccia affossata nelle mani chiede e voce disperata:”E tutti gli altri fogli del fascicolo cosa sono?”

C1 con faccia perplessa:”Sono tutti disegnetti fatti a mano con figure stilizzate messe più o meno a caso. Non capisco, sembrano fatti da bambini…ah no sono le inquadrature suggerite, dietro a ogni foto c’è il background con gli abiti da utilizzare. Però, roba sfarzosa ma semplice!  Ah alcune di queste sono segnate in rosso con una crocetta. Fammi vedere, ah si è la selezione del fotografo che ha pure lasciato un commento alla fine: Tutto molto ok, idee fantastiche. Nessun problem per set in studio se avete luci. Possible fare una foto con effetto pioggia? E’ molto dramatic. Le pose sono molto interessanti, le userò tal quali. I like molto idea di lavoro in Africa, io conosciuto per lavori in Asia e questa occasione very good per aprirmi nuove fette di mercato. Non vedo l’ora di start, se non è problema faccio aiutare da nipote che ha iniziato a usare Photoshop. Gli fa curriculum e post-produzione è per voi aggratis.”

Tre minuti di silenzio, con MM che guarda nel vuoto e C1 che guarda MM, mentre C2 ticchetta tasti a caso sul computer. MM sta per mandare tutto all’aria, quando il cellulare segnala l’arriva di un messaggio. MM legge e gli spunta un sorriso beffardo Alza gli occhi con nuovo piglio e dice:”Ok, forse la fretta ci ha fatto dare dei piccoli errori, ma abbiamo fatto un ottimo lavoro. Avevo dei piccoli dubbi nel vedere le foto, ma ricostruendo la storia tutto torna. Date un’occhiata voi e se non avete commenti lasciate il faldone delle fotografie sul tavolo dell’Amministratore. Ah, magari il brief e proposta agenzia “archiviatele”. A buon intenditore…Ora scusate ma devo andare”

C1 ha già le immagini in mano e una faccia rapita, C2 si avvicina scuotendo la testa e dicendo qualcosa a bassa voce, le labbra sembrano formare la parola “orzo”.

MM esce dalla sala riunioni e si dirige nel parcheggio con nuova linfa. Si avvicina macchina dove trova la stagista del settore amministrativo. Rallenta i passi e assume il tipico andamento da piccione che si appropinqua alla futura compagna di riproduzione.”Scusa il ritardo ma stavo vedendo il lavoro del Fotografo.”

Stagista:”Ma allora ci sei riuscito! La campagna è a sua firma?”

MM con faccia compiaciuta e tono suadente:”E’ stato difficile ma lo abbiamo convinto.”

Stagista:”Non ci credo, il mio fotografo preferito. E’ emersa tutta la poetica dei suoi reportage in scatti veritieri e attenti al sociale come…”

MM finisce la frase:”…solo lui sa fare. Certo. Una bomba. Questo Don Cumin è un maestro”

Stagista:”Don Ginger”

MM:”E io che ho detto? Oggi andiamo da me?”

Stagista:”Si dai, raccontami tutto…ancora non ci credo”.

MM:”Beh non è stato facile, ci abbiamo lavorato molto. Sai è molto selettivo nei lavori. Abbiamo fatto un concept apposta per lui, con occhi moderni ma lontano da ideologie. L’idea è stata mia ovviamente…”

E’ andata proprio così. Ogni riferimento a fatti, calendari, aziende, fotografi esistenti è puramente casuale.

Con occhi di donna

Adesione degli sguardi. Sovrapposizione visiva.

La possibilità di far coincidere occhio di fotografo e spettatore è una delle armi più potenti della fotografia, quella che permette un dialogo diretto. Ma oltre alla sovrapposizione di ciò che si vede, va poi considerato tutto quello che concerne la rielaborazione e la psicologia di una immagine, quello che qualcuno aveva chiamato come allineamento di cervello e cuore. Perché nell’immagine non rimane solo una traccia di ciò che si è visto, ma anche una traccia più intima di chi si è e di cosa si prova e percepisce.

Ma può la fotografia restituire oltre alle rappresentazioni sensoriali ed emotive ciò che c’è di più intimo in una persona, ovvero il suo essere uomo o donna? E’ possibile individuare una visione femminile del mondo e attraverso quali specificità e sfumature si manifesta? Sono domande legittime che nascondono però rischi, come quello di finire in uno sterile discorso di genere o di ghettizzazione visiva. Quello che mi interessa è semmai il contrario, ovvero ampliare gli orizzonti. E gli orizzonti li ha aperti settimana scorsa Leonello Bertolucci che dopo la diretta radiofonica ha rievocato una frase illuminante di Giuliana Traverso, fotografa che nel pieno del moto egualitario del ’68 aprì una scuola fotografica per sole donne:

“La grande differenza della donna fotografa è che sa guardarsi dentro prima di iniziare a guardarsi fuori”

A pensarci, una frase che fa capire molto sullo sguardo e che ha una portata molto più vasta. Ma che permette di fare un passo in più: in virtù di quella sovrapposizione evocata qualche riga sopra, è possibile entrare nelle trame di una realtà femminile tramite decodifica fotografica? A tutte le domande riportate qui sopra cercheremo una risposta nella puntata odierna “Donna Fotografa” di pictures.of.you, e forse due ore non basteranno. Anche perché, oltre i concetti verbali servono le fotografie, i medium tra quel mondo interiore ricco di spunti che permette di interpretare ciò che c’è fuori.

Qui fortunatamente lo spazio per unire parole e immagini c’è, e lo sfrutto a modo mio. Recentemente ho visto un lavoro che mi ha particolarmente colpito, in due fasi molto diverse. Si tratta della serie “The 28 Names We Know” di Arianna Sanesi, giovane fotografa che ho avuto modo di conoscere agli albori della trasmissione. Si tratta di un lavoro di fino, incentrato sulla memoria storica di quanto avvenuto nel paese lettone di Kuldīga durante la seconda guerra mondiale. Uno dei tanti episodi dell’Olocausto che hanno segnato una comunità dove l’intera popolazione del paese fu sterminata nella vicina foresta.

The 28 Nems We Know - ©Arianna Sanesi

The 28 Names We Know – ©Arianna Sanesi

Proprio gli alberi di quella foresta sono i soggetti di primo livello della serie e a colpirmi, nella prima fase di lettura, è stato il modo in cui ciascun albero assume una sua identità. Una identità che fa emergere una specificità laddove è il concetto di gruppo, la foresta, che definisce ciò che stiamo osservando. Sono conscio di essere di parte, capisco che non tutti possono avere un interesse verso questi monumenti naturali che negano la nostra voglia di mobilità e di ricerca del cambiamento. Ma poche volte ho visto un ritratto all’altezza della nobiltà di un albero, e osservare queste fotografie è un piacere per gli occhi.

Il vero significato di ogni fotografia si evidenzia nella didascalia, con la seconda fase: ogni pianta ricorda il nome di un bambino. Uno dei bambini, di cui è rimasta traccia nella storia e nella memoria, uccisi in una Guerra che non ha permesso loro di crescere ed esplorare ciò che li circondava, al contrario di questi alberi. Ogni tronco rappresenta una vita spezzata. Un contrasto bellissimo e delicato, dove emerge una forte empatia e introspezione. Al di là delle diverse sensibilità individuali, credo che saper unire storie così diverse in modo intimo abbia a che fare con una lettura della realtà possibile solo con occhi di donna.

Osservando questo lavoro mi sembra, per qualche attimo, di poter vedere con prospettiva diversa. Ho l’impressione di essermi arricchito, non solo nella visione. Questo credo sia il senso di quanto diremo oggi in trasmissione.

The 28 Names We Know - ©Arianna Sanesi

The 28 Names We Know – ©Arianna Sanesi

Le fotografie degli altri

Per qualcuno è un hobby, un modo per realizzare una collezione di pezzi più o meno pregiati dei primi reperti fotografici. Per qualcun altro è un modo per conoscere il passato attraverso una tecnica che ha messo a nudo (a volte più che letteralmente) usi e costumi di epoche passate. Per altri ancora è una raccolta di piccoli frammenti privati ancora carichi di storia, che possono essere rimescolati nuovamente.

Per me, conoscendo i miei istinti compulsivi, poteva essere l’inizio di un tunnel. La febbre delle fotografia abbandonate e ritrovate non è esplosa con un fuoco sacro, ma ogni tanto si ripresenta con qualche linea. Tutto è iniziato lo scorso Febbraio, nel fugace incontro con il fotografo Lillo Rizzo in quel di Parigi. Due persone e due generazioni messe in contatto dal mondo radio-fotografico. Di quel freddo pomeriggio riscaldato da un tè alla menta, oltre alla piacevole chiacchierata sulle rispettive esperienze, è rimasto quel piccolo tesoro di Lillo fatto di immagini orfane rinvenute nei molteplici mercatini delle pulci parigini, dove dagherrotipi e fotografie dal bordo merlettato cercano una seconda possibilità dopo esser state abbandonate dai loro proprietari. Attraverso chi sa quali peripezie.

Non ho mai amato gli album di famiglia, forse perché non ho mai dedicato molto tempo a quello della mia stessa famiglia o perché ricorda la fiera della banalità, del già visto del mio vissuto attraverso le pose forzate di fronte l’obiettivo fotografico. Ma in quei pochi minuti, osservando persone e figure sconosciute in momenti privati e non, sono stato rapito dalle fotografie degli altri.

Le fotografie appartenenti agli album di famiglia o ad archivi di vario genere. Le fotografie orfane, quelle senza autore. Dove manca il mittente. Che effetto fa ricevere una lettera senza sapere da chi viene? E’ più forte la curiosità di aprirla o il timore di affrontare l’ignoto? Non molto diversa è la sensazione di sbirciare in una spazio fotografico senza firma. Ma in una fotografia senza autore è anche il destinatario a venir meno, quantomeno nella funzione originaria. Perché spesso una fotografia abbandonata lascia in eredità piccoli momenti privati, che dovevano rimanere racchiusi in una sfera domestica e che invece a distanza di anni sono oggetto di sguardi indagatori.

E qui già sento arrivare le prime lamentele: perché arrogarsi il diritto di entrare nelle vite di sconosciuti, dentro le loro case e cercando vita nei loro sguardi? E’ un comportamento etico intrufolarsi nell’intimità di chi non ci ha invitato? La risposta la si trova ovviamente nella modalità in cui ci si approccia a questi frammenti fotografici, come in ogni cosa. Ma le fotografie orfane sono lì, e non fanno altro che testimoniare ciò che è stato. Sono archivi della memoria che, proprio perché imparentate con l’oblio, cercano una nuova possibilità. Sono tracce che nessuno ha cancellato e che vagano verso una nuova casa.

Ciò che spiazza in queste fotografie è l’instabilità della loro esistenza, a cavallo tra il noto di quello che hanno vissuto e l’ignoto di quello che sarà. Punto di incontro tra la registrazione privata e l’esposizione pubblica, tra i resti del passato rivisti nel presente, tra la vicinanza fra fotografo e inquadrato e la lontananza di chi osserva a posteriori. Forse è per questi motivi che risulta difficile capire il fascino delle fotografie degli altri, da qui la scelta di parlarne oggi a pictures.of.you valutando la questione attraverso gli occhi dei collezionisti, degli autori che le riutilizzano e di chi lavora nell’ambito della ricerca iconografica.

Qui una piccola raccolta dei corpuscoli che hanno stimolato le mie linee di febbre.

A volte sembra di osservare non persone fisiche, ma fantasmi. In un limbo spazio-temporale indefinito.

Le fotografie degli altri 1

Le fotografie degli altri 1

A volte stupiscono per la loro loro ironia e per la loro modernità, più attuali degli occhi che le osservano.

Le fotografie degli altri 2

Le fotografie degli altri 2

Il più delle volte è l’aura del mistero che pervade quel rettangolo: dove diavolo è avvenuto tutto ciò, chi erano queste persone e soprattutto cosa facevano?

Le fotografie degli altri 3

Le fotografie degli altri 3

Quello che colpisce di più delle fotografie orfane è il sapersi rimescolare e creare nuovi prospettive. Come se fossero state sempre collegate con un fil rouge invisibile che a posteriori le incastra in una nuova, necessaria, combinazione.

Le fotografie degli altri 4

Le fotografie degli altri 4

Soprattutto, le foto abbandonate sanno parlare da sole senza bisogno di sottotitoli, come questa qui sotto, che mi ha colpito tra la miriade di scatti racchiusi in un cassettone. Senza un particolare perché. Forse perché riesco ad immaginarmi ancora oggi questa signora ancora sulla stessa sedia nella medesima posa tranquilla. Questa fotografia comunica, senza didascalie, cosa sarebbe successo di lì a poco. E’ questione di alchimia, non servono parole ulteriori. Ma un giorno mi piacerebbe parlare della storia di questa coppia di Torino che attraverso le epoche del Dopoguerra, ha donato un lascito di memorie dell’Italia che fu attraverso lo scambio dei loro sguardi privati. Un giorno, non oggi.

Le fotografie degli altri 5

Le fotografie degli altri 5

Piccoli frammenti nello scrigno

Mi piace la fotografia essenziale, diretta, senza fronzoli. L’attrezzatura che utilizzo riflette molto il mio approccio al mezzo: kit di base senza molte pretese, il minimo indispensabile per soddisfare il mio modo di osservare e fotografare. Anche quando sbaglio.

Visto il mio utilizzo analogico del mezzo digitale, per cui faccio poco o punto uso dello schermo, una batteria basta e avanza. Male che va una presa per un’ora si trova quasi ovunque. Ma se sei in Scandinavia e passi gran parte della lunga sera invernale in attesa della luce boreale, quella batteria è il tuo unico appiglio ad una attesa ben spesa. O funziona, oppure puoi attaccarti al neurone della memoria e a quello del rimorso. Quindi meglio andare sul sicuro, ogni sera fa che la batteria sia scarica in modo da renderla pimpante per la giornata successiva. E così, di ritorno da una passeggiata nella neve di un lungo pomeriggio indistinguibile dalla profonda notte scandinava, l’unica cosa a cui pensi è trovare un modo di esaurire la carica al litio di quella tua unica batteria. Farlo è molto semplice, vai di flash a manetta o ancora meglio di lunghe esposizioni al freddo: nessuna pietà per quegli elettroni. Take no prisoners!

Questo è quello che è passato per la mia testa quella sera di inizio Gennaio. Nulla di nuovo per quanto mi riguarda, nei miei viaggi uso spesso questo passatempo poco proficuo, e ogni volta il pensiero è lo stesso: finire la carica volontariamente è dannatamente difficile e richiede una lunga applicazione E’ quindi per me prassi scattare a vuoto cercando effetti mossi intriganti o flash a più esposizione che prontamente vengono accolti nel cestino della fotocamera.

Ma quella volta è successo qualcosa di diverso. Nel buio scandinavo quasi senza continuità il cancella-automatico si è bloccato. Forse perché non ero solo, forse perché non volevo lasciarla andare via per premiare la sua pazienza nell’attendere me e le mie mono-manie. Forse perché in questi tre frammenti avevo inconsciamente individuato una visione d’insieme.

Frammenti scandivi 3- ©Daniele Ferrini

Frammenti scandivi 1- ©Daniele Ferrini

Frammenti scandivi 2- ©Daniele Ferrini

Frammenti scandivi 2- ©Daniele Ferrini

Frammenti scandivi 1- ©Daniele Ferrini

Frammenti scandivi 3- ©Daniele Ferrini

Per qualche motivo queste tre percezioni impressionistiche sono sopravvissute all’oblio salva-batteria. Non mi ricordo se sbirciando nello schermo ho intravisto qualcosa che aveva il diritto di rimanere, ma ricordo benissimo l’effetto che ho provato nell’aprire l’archivio digitale di quel viaggio. Sorpresa e sgomento nel trovarmi, mio malgrado, in mezzo ad una storia. Una storia neanche troppo piacevole, sospesa in un che di onirico e caratterizzata da un forte senso di oppressione. Una storia del mio inconscio, oppure figlia di una coscienza residua delle stesse immagini che hanno saputo evitare l’accetta della dimenticanza.

Sembra uno scenario da film di fantascienza, dove le immagini prendono vita loro malgrado: piccoli frammenti che nello scrigno si uniscono per diventarecomplessi mosaici. L’archivio, ecco lo scrigno a cui deleghiamo le nostre memorie fotografiche occulte. Oggi  a pictures.of.you parleremo proprio di questo, in una puntata dal vago sentore fantascientifico:”Tre, due, uno…contatto“. Ma che invece è molto più terrena di quanto si pensi. Protagonisti i provini, nella loro tradizionale forma a pellicola o in quella più recente digitale. Dietro la scelta di un singolo scatto si può celare una rete di storie e retroscena, dove le fotografie non sono più singole istantanee ma diventano l’incarnazione della parte più intima e nascosta del nostro fotografare. Chiuse in uno scrigno, appunto.

(E magari capirò cosa si cela dietro il candore nevoso di queste fotografie che combatte nervosamente con l’oscurità intorno)

Dietro.

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Dietro un microfono – ©Sonia Orsucci

Fotografia e radio. Due galassie che in fasi alterne sono entrate nella mia orbita. Le modulazioni di frequenza hanno accompagnato la mia adolescenza, hanno alimentato la mia curiosità musicale e culturale negli anni più formativi per lo sviluppo caratteriale ed emotivo. Le modulazioni per immagini hanno invece educato il mio sguardo recentemente, in quelli che sono considerati gli anni della maturità perché ormai si fa parte del mondo dei grandi con una posizione ben definita nella società, se non altro perché è definito il proprio apporto nel mondo del lavoro.

Universi a prima vista complementari, quante volte l’ho detto. Tante quante le volte che ho spiegato come sia quasi naturale parlare di fotografia senza necessariamente visualizzarla. Niente di particolarmente rivoluzionario, ci voleva solo un po’ di fantasia ed un approccio fresco, spontaneo, curioso. Quello che molti non sanno è il motivo più intimo per cui ho intrapreso questa scommessa. E che poi ho dovuto in qualche modo scardinare.

A ben vedere, oltre alla passione per il mezzo, ho iniziato a fare radio alla ricerca di un nascondiglio. Parlando dietro un microfono non si svelano le caratteristiche più evidenti di sé, quelle che vengono fuori di persona. Fino a qualche anno fa non ero molto portato a parlare in pubblico. Altra cosa è parlare dietro un microfono: lo studio diventa quasi un grembo materno che permettere di isolarsi sensorialmente con l’esterno. Senza occhi puntati addosso, la parlantina viene fuori che è un piacere e sembra che si possa dire tutto, anche quello che si ha pudore a dire nella normalità.

Ho iniziato a fotografare perché credevo che in uno scatto ci fosse più di quanto riuscissi ad esprimere. Pensavo che selezionando un pezzo di realtà con il mio punto di vista, permettesse di manifestare i pensieri e i miei stati d’animo in un modo più chiaro rispetto alle normali parole. “Basta guardare le immagini e saprai cosa penso”. Un pensiero molto naif che manifestava un altro slancio al nascondersi, questa volta dietro un obiettivo.

Ma essere dietro, non vuol dire necessariamente celare qualcosa di sé. Perché se si parla in radio, anche in una piccola webradio, si ha comunque un megafono in mano e si attira l’attenzione pubblica. Ci si espone, si è responsabili di quello che si esprime e si lascia esprimere. Allo stesso modo, se uso una macchina fotografica non sto delegando al mezzo in modo totale la possibilità di raccontarmi. Sono sempre io che decido e scelgo, che seleziono. E se non sono bravo a relazionarmi con il mondo a parole o con concetti, molto difficilmente riuscirò a farlo solo con le immagini, anche se queste vanno a toccare ambiti percettivi e cognitivi diversi. La fotografia è un linguaggio, e nel linguaggio c’è chi parla e chi ascolta.

Sia dietro un microfono che dietro un obiettivo, non si è mai soli. Magari si è in solitudine, ma si ha sempre a che fare con un destinatario. Che si parli o che si scatti, alla fine a qualcuno facciamo veder qualcosa di noi.

Io ho scelto di farlo accomunando questi due mezzi, e non per parlare di me. Io voglio parlare di te, di voi, di noi. Voglio raccontare cosa c’è là fuori, nella galassia fotografica. E per farlo deviamo nella Via Radiofonica attraverso pictures.of.you. Sarà un bel viaggio, che parte questa settimana da Lodi in compagnia di Barbara e Ferrante che ormai hanno preso il timone. E anche se richiede molti preparativi e tanto lavoro, non vedo l’ora che inizi.

Martedì ricominciamo. Sarò dietro un microfono in uno studio. Magari non solo.

Roentgenizdat - Russia

Musica nelle ossa

Uno spunto tra musica e fotografia, in un connubio singolare dal passato che arriva a toccare l’anima.

Ci sono melodie che ti entrano dentro, che vanno a stimolare le corde invisibili della nostra sensibilità. Ci sono composizioni musicali che al contrario partono dal soffio vitale degli autori e si incarnano in note dalla portata universale.

Ci sono poi fotografie che attraverso le loro immagini smuovono gli animi perché indignano, o perché realizzano un senso di compassione nel dialogo a distanza tra autore e lettore. Fotografie che toccano l’anima.  Ma la relazione opposta è quasi impossibile da immaginare: la fotografia si ferma prima, a ciò che è terreno. Di fronte all’anima alza le mani, fa un passo indietro.

In questo senso musica e fotografia sembrano sbilanciate: la prima nella sua impalpabilità eterea riesce a liberarsi dalle catene del concreto e a sondare i territori dell’indefinito. La seconda no, non può prescindere dalla fisicità delle cose. Cercare una trascendenza fuori dai confini del sensoriale non è nelle sue corde. Ma l’eco di una storia che arriva dagli anni ’50, direttamente dalla Russia al di là della Cortina di Ferro, riesce a ristabilire gli equilibri tra immagini e suoni nell’andare a scavare l’intimità umana.

E’ stato l’articolo di Nicolai Lilin pubblicato nel Domenicale de Il Sole 24 Ore del 9 Marzo 2014 a portarmi dentro una storia incredibile della Russia Sovietica. La Russia che vedeva il nemico ovunque, anche nella musica: ascoltare autori occidentali era vietato ma nonostante ciò iniziò a diffondersi uno strumento di ribellione geniale e sinestetico….fino al midollo. Roentgenizdat il nome, che vuol dire più o meno auto-pubblicazione su raggi X. Non solo possedere dischi occidentali era illegale, ma chi voleva realizzare copie non autorizzate doveva confrontarsi con gli alti costi dei materiali plastici. Di lastre e radiografie, però, non c’era mancanza. Se non altro perché materiale facilmente infiammabile che doveva essere rimosso ciclicamente dagli archivi per minimizzare il rischio incendi negli istituti ospedalieri. Lo diceva la legge. E qualcuno seppe farne buon uso: Ruslan Bogoslowskij e Boris Taigin. Non c’è traccia del primo reperto di lastra musicale di questa geniale trovata, ma vista l’abbondanza di materiale primo e di basso costo (circa un quinto di un disco ufficiale), nella Russia sovietica iniziarono a circolare dischi musicali realizzati su raggi X. I Roentgenizdat appunto: per qualcuno furono l’unico contatto con ciò che stava al di là della Cortina. Per altri era il simbolo della decadenza e furono dichiarati illegali nel 1959.

Contatto di natura effimera, peraltro. Perché il materiale di supporto non era stato progettato per l’utilizzo ripetuto sotto la puntina di un giradischi. Da consumarsi entro un mese dalla data di acquisto, questo era più o meno il tempo di ascolto permesso.  Eppure a fronte della caducità dell’oggetto, emergevano e continuano ad emergere aspetti affascinanti.

Per noi fruitori del digitale la riproduzione ad infinitum sembra la quotidianità. Ma come cambierebbe il nostro modo di ascoltare la musica sapendo che questa ha una scadenza, che ha un numero limitato di riproduzioni in base al nostro utilizzo? Presteremmo più attenzione a quelle note? E se traslassimo tutto ciò in immagini, in quale modo osserveremmo le fotografie sapendo che si potranno mostrare ai nostri occhi solo per una manciata di volte? Come reagirebbe il nostro sguardo, diventerebbe più reattivo, sensibile e prensile? Meno viziato e assuefatto all’abitudine?

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Ciò che mi affascina di questi oggetti è il concetto di complementarità. Mi affascina come siano sintesi di eternità e temporaneità: da una parte le ossa, ciò che diventa l’unico cimelio di una esistenza, dall’altra parte le note a tempo determinato.

Ma quello che più mi colpisce è il loro esser punto di incontro intimo tra fisicità e indefinito. Tramite gli occhi della radiografia, l’unica produzione di immagine che lascia segno di ciò che è dentro, che ha la pretesa di penetrare e indagare ai limiti del trascendente. Trovo fantastico avere la possibilità di associare una canzone ad una frattura del proprio corpo, al superamento di una malattia o ad un momento di introspezione. Come avere la possibilità di rivivere i momenti che hanno lasciato un segno là dove batte il cuore, o dove risiede il respiro. E associarli al tema che ha dominato quei momenti.

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Penso anche a dei risvolti scabrosi o fortemente corporali. Lontano da testa e cuore, ma vicino alla parte più sessuale. Dove le vibrazioni sono diverse.

Vedo in questi oggetti la vera realizzazione di sinestesia. E mi piacerebbe avere la mia collezione privata, quasi come un album fotografico da sfogliare. Per tenere nota di cosa è stato che ha lasciato segno nel profondo e non in superficie.

Magari per guardarmi (e farmi guardare) dentro con una angolazione diversa.

PS: In tempi di start up, l’idea di realizzare roentgenizdat moderni può essere un’idea dal sapore molto retro.

PPS: Per i più curiosi, a voi un Elvis in versione radiografia sovietica.

Impressioni notturne

Fino a qualche anno fa non mi sarebbe mai passato per la testa di andare in giro di notte per le strade di una cittadina dell’hinterland milanese, munito di macchina fotografica e treppiedi.

Questo perché fino a qualche anno fa non avevo ancora capito come la fotografia permetta di vedere le cose con una prospettiva diversa, con una angolazione particolare. Come in definitiva renda più curiosi.

Curiosità vissuta in doppia veste, sia come cercatore di visioni, sia come soggetto delle impressioni altrui. Vagare in oscurità per le strade con macchina fotografica al seguito permette di vestire molti panni. Almeno nella testa degli altri.

Sotto casa, strada vuota e uno dei gatti del vicinato che si struscia sulle gambe mie e del treppiedi. Passano tre-quattro adolescenti, si voltano a guardarmi e uno di loro prova a far ridere gli altri:”Ragà, domani ci vediamo taggati su Facebook”. Mi piacerebbe, ma non ci conosciamo.

La fotografia al tempo dei social

Riflessioni notturne 1 - ©Daniele Ferrini

Riflessioni notturne 1 – ©Daniele Ferrini

Il parco giochi sembra il set di una serie di fantascienza. Quella luce fredda dona un senso di mistero e di alienazione. Ma se ci sono dei bambini intorno l’atmosfera cambia notevolmente, soprattutto se si prova a fotografarla. Anche di notte, anche a distanza di sicurezza una macchina fotografica può sembrare un’arma. Contro la sicurezza, quella propria e dei propri figli. Una madre, appena vede che sistemo l’armamentario si avvicina chiedendomi cosa faccio e se sto riprendendo i bambini. Provo a spiegare che voglio fotografare la luce e gli spazi, non chi è illuminato. Faccio vedere quanto ripreso negli scatti precedenti, magari non comprende il tutto e penserà che è una stravaganza innocua, ma mi lascia fare.

La fotografia al tempo della privacy.

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Impressioni notturne 2 – ©Daniele Ferrini

Negli spazi ampi è difficile nascondersi. Così memore dello scambio precedente, per non dover dare spiegazioni, quando sento avvicinarsi delle voci mi metto a giocare con cellulare. Magari da lontano sembro proprio un addetto ai lavori, infatti una donna del gruppo eccitata informa gli altri:”Guardate, fa le misure”In effetti non ha così torto.

La fotografia al tempo dei marchingegni digitali.

Impressioni notturne 3 - ©Daniele Ferrini

Impressioni notturne 3 – ©Daniele Ferrini

Al mio arrivo la strada era territorio dei tre gatti dell’incrocio. Mi avvicino, ma neanche loro si fidano. Cerco qualcosa tra i portoni delle case ai lati, ma non la trovo. Devo alzare lo sguardo per vedere la luce. Poco prima un uomo che fumava nel giardinetto della sua casa mi osservava muto senza dire niente. Mi ha fatto un po’ timore essere sotto il suo sguardo. Chissà se vale anche per chi sta in quella stanza lassù.

La fotografia al tempo del silenzio.

Riflessioni_notturne_04

Impressioni notturne 4 – ©Daniele Ferrini

Sacro e profano. Un uomo mi guarda mentre indugio in questa piazzetta. Mi ferma sula strada del ritorno, nel bar della piazza grande della cittadina. Mi chiede se sono un reporter o se sono qui per puro piacere. Sacro e profano, appunto. Dopo la mia risposta, il suo compagno di bevute ci ride su e sbiascica:”Domani apriamo i giornali e vediamo un articolo su Cinisello”. Non sono proprio sicuro, nel caso so dove li cercherei.

La fotografia al tempo della cronaca.

Impressioni notturne 4 - ©Daniele Ferrini

Impressioni notturne 4 – ©Daniele Ferrini

Sembra di essere il personaggio di una novella di Pirandello. Uno, nessuno, centomila. Basta avere una macchina fotografica in mano e improvvisamente la mia identità cambia a seconda di chi mi osserva. Alla fine tutto torna. Sono uscito per fotografare le strade vuote della città, quinte desolate nella tranquillità notturna. Quinte del teatro della quotidianità di giorno, che di notte regalano nuove impressioni.

La fotografia.

Al tempo.

Di chi osserva e di chi è osservato.

Impressioni notturne 6 - ©Daniele Ferrini

Impressioni notturne 6 – ©Daniele Ferrini